Il carattere dipendente, riflessioni psicopedagogiche -seconda parte

//Il carattere dipendente, riflessioni psicopedagogiche -seconda parte
simbiosi

Nel tentativo di comprendere i modi ed i tempi che caratterizzano la crescita dell’Io, bisogna ammettere che il bambino dipendente non ha avuto la possibilità di vivere una sua esperienza in autonomia e sganciato  dall’invadenza materna. La dipendenza somato-psichica dalla figura materna raggiunge il parossismo dell’assurdità quando il condizionamento ai rituali prestabiliti e ritenuti necessari dalla madre è tale per cui, l’esperienza soggettiva del bambino, riguardante anche bisogni fondamentali come fame, caldo, freddo, stimoli evacuativi e comportamenti relazionali nella piccola società infantile, dipendono tutti dalle decisioni, inviti, richiami, sollecitazioni materne. La risultante di tali esperienze si può sintetizzare con “Io, ancora, non so quando ho fame, non so quando ho sete, non so quando ho freddo; lo prevede, lo dice, lo decide lei“. Infatti la madre, poiché è tesa a soddisfare i suoi personali bisogni, anticipa con tale velocità e frequenza quelli del figlio/a , da non consentirgli di arrivare neanche alla percezione dei propri bisogni: “Mio figlio in questo momento ha fame, ha freddo, ha bisogno di contatto con me, è stanco, è abituato a…, preferisce…, ecc.” Anticipa, in definitiva, il pronunciamento dello stesso bambino.

Il bambino giocato d’anticipo non riesce ad avere l’esperienza delle sue spinte originali e genuine e sperimenta l’angosciante vissuto del blocco di ogni suo movimento spontaneo e l’impotenza in ogni situazione. Frequentissimamente, qui, la madre agisce meccanismi proiettivi senza neanche rendersi conto di quello che fa e limitando la sfera dell’identità e della libertà dei propri figli. Va considerata quindi, nella comprensione di questa complessa dinamica, l’importanza per la figura genitoriale in causa, di giustificare il proprio diritto di esistere attraverso la completa donazione dell’altro (“Non potrebbe vivere senza di me“). In effetti l’aspetto orale genitoriale è così imponente che tutto si riduce in un’azione di sfruttamento vampiresco dell’energia del bambino, in termini di continua vicinanza, assistenza, presenza premurosa, ossessivamente incalzante ed agente anche nelle situazioni della propria assenza. Il bambino simbiotico/dipendente, in definitiva, è totalmente posseduto e non ha scampo. Molto spesso i sensi di colpa genitoriali cadenzano i momenti educativi dell’infanzia. Genitori che, per motivi diversi, non hanno potuto, saputo, voluto dare ai loro figli quanto, secondo loro, spettava, presi successivamente dai rimorsi, diventano eccessivamente lassisti e liberisti, concedendo e donando più del lecito, e trasmettendo al bambino messaggi contraddittori e confondenti.

Bisogna consentire infatti a i bambini, fino ai 3-4 anni, la giusta e sana libertà di chiedere, espandersi nel mondo, sentirsi riconosciuti ed appoggiati, sentirsi compresi ed ascoltati ma, successivamente a questa età, iniziare una operazione di precisazione di quello che è possibile ricevere e chiedere, di quello che si può fare e non si può fare.

Molti genitori perdono la possibilità di facilitare la crescita della coscienza, del senso di responsabilità e del senso dei limiti ai loro figli, dimenticando od ignorando quanto sia importante il processo sopra descritto. a partire dal terzo-quarto anno di vita, infatti, è necessario che il bambino riceva messaggi chiari ed assertivi, che lo aiutino a conscientizzarsi sull’importanza delle regole, del senso di realtà, del rispetto delle esigenze altrui ed a confinare e ridimensionare, quindi, la capricciosa espansione narcisistica di onnipotenza. Tale periodo, infatti, coincide con lo sviluppo sessuale del bambino e, come si è visto, esige una profonda coscienza, da parte dei genitori, sulla sottile ma determinante differenza tra illecito e proibito. In conclusione le richieste insoddisfatte, le pretese incalzanti ed il bisogno di espandere la propria onnipotenza, meritano anche l’esperienza del “No!” che generano, nel bambino, dolore, delusione e rabbia. Ma solo  grazie a questi sentimenti il bambino può affrontare il vissuto della frustrazione e superarlo: poiché è solo grazie a questa fase fondamentale di crescita dell’Io che impara a riconoscere i suoi confini, a non pretendere “la luna”, a non inseguire i sogni fantastici ed irreali. La frustrazione segna, infatti, i confini tra la realtà, anche se dolorosa e l’irrealtà.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)