Caso di Andrea e di Anna Maria (schermitori) – Il controllo dei sentimenti

//Caso di Andrea e di Anna Maria (schermitori) – Il controllo dei sentimenti

In occasione di un incontro con i dirigenti di una Società sportiva di scherma, veniva fatta la richiesta di seguire un gruppo di giovani atleti che, per vari motivi, non soddisfacevano dal punto di vista agonistico malgrado avessero tutti i requisiti per riuscire. fin dal primo incontro, i ragazzi, tutti al di sotto dei 18 anni e prevalentemente di sesso maschile, si dimostrarono interessati all’esperienza. erano di intelligenza medio-superiore, simpatici, incuriositi, pieni di energia ed aperti.

Fra gli atleti c’era un ragazzo, il cui padre era un organizzatore della Società. Quest’ultimo si presentava come una persona amabilissima, di piacevole aspetto, sui quarant’anni, sinceramente desideroso di capire i problemi della squadra, ricco d’iniziative ed attento a tutte le novità.

Già da questa succinta definizione del padre, si possono facilmente intuire i problemi che affliggevano il figlio. In effetti, le difficoltà di andrea, questo era il nome del ragazzo, sembravano comuni quasi a tutti gli atleti del gruppo: la soggezione, cioè dell’avversario, l’inadeguata e insufficiente autostima, il timore di non essere all’altezza, l’incapacità di esprimere, nei momenti decisivi, il massimo della propria energia e determinazione.

Fra le ragazze, una in particolare, Anna Maria, presentava una difficoltà, riscontrabile frequentemente in alcuni giovani sportivi: la pretesa, cioè di misconoscere, razionalizzandoli, sentimenti, emozioni e di vedere tutto attraverso il filtro della logica. Tutto doveva essere logico, chiaro, scontato: se così non era il problema veniva scotomizzato o svalutato.La situazione gara sembrava essere vissuta in questi termini: o sono più forte io (a priori) o è più forte lei. Non c’erano alternative. Non esisteva la possibilità di nessuna sfumatura o compromesso.

Da questa realtà, così semplificata e rigidamente vissuta, è difficile fuggire. Ogni invito a prestare più attenzione ai moti interni del proprio animo, ai movimenti delle proprie dinamiche emozionali, alle reazioni ed alle tensioni corporee, veniva frustrato da un atteggiamento caratterizzato da “si…., ma…” con un riaggancio fulmineo alla realtà contingente, esterna, ambientale e relazionale.

Tutto questo era l’ostacolo più importante – mai superato – al recupero dell’unità cerebro-emotivo-corporea di Anna Maria. La ragazza, infatti, dopo 5/6 sedute di gruppo, abbandonò la terapia con la motivazione: “non mi interessa, non ne vedo l’utilità”. La percezione del terapeuta fu che, l’esperienza vissuta, l’aveva messa in contatto con gli aspetti fragili e scarsamente difendibili dal suo io: la soluzione più omeostatica, in quel momento fu, quindi, di fuggire al presentito pericolo: cosa, probabilmente, la più salutare, per l’equilibrio attuale della ragazza.

Per aiutare gli altri atleti del gruppo a superare la difficoltà comune, fu praticata tutta una serie di esercizi tipo:

  1.  mettersi l’uno di fronte all’altro, in due a circa 4/5 passi di distanza a guardarsi. Divenuti consapevoli dei sentimenti che l’altro ispira in noi, alternativamente, andare l’uno verso l’altro. La reazione potrà essere il rifiuto o accettazione: il 1° espresso con una spinta sulle spalle; il 2° espresso con un abbraccio. L’invito è, quindi, di esprimere non verbalmente sia l’uno che l’altro stato d’animo. Molto spesso, le persone che hanno problematiche di libera espressione dell’aggressività non riescono a respingere l’altro, o lo fanno in modo sofferto. A volte, soffocando la spinta originaria, esprimono con un abbraccio il loro modo di adattarsi nella difficoltà relazionale e di manipolare la verità dei propri sentimenti. insistendo a lungo, con questo esercizio, si offre la possibilità ai pazienti di divenire consapevoli di quello che sentono, di come lo sentono: la consapevolezza successiva è di come siano capaci di esprimersi o, di come subiscano il blocco espressivo e di come, infine, si adattino ad esso. Una variante di questo esercizio è, nel respingersi, di dire ad alta voce “via!” Questa variante parte dal presupposto in virtù del quale la voce è considerata un’espressione primaria dell’Io. Altra espressione primaria è il corpo con la sua funzionalità gestuale. Il richiedere – a chi ha problematiche espressive e relazionali – di unificare queste due modalità primarie, è utile per facilitare l’insight del problema nella sua realtà operativa .
  2. Mettersi, in coppie, a distanza di 2/3 metri, appoggiati con le mani e i piedi per terra, i gomiti semiflessi e lo sguardo sul viso dell’altro. Si assume l’atteggiamento del viso il più aggressivo possibile, si mostrano i denti e si ringhia, espirando lungamente. Anche questo esercizio è modulato sulla capacità di attraverso la maschera dell’aggressione e della rabbia, consentirsi le emozioni equivalenti e di esprimerle anche con la voce.
  3. Mettersi, sempre in coppia, in piedi, a circa 1 metro e mezzo di distanza; stendere le braccia  con i pugni chiusi, flettere le ginocchia tenendo i piedi paralleli e, facendo energiche flesso-estensioni degli avambracci sulle braccia, fare le più svariate smorfie, ringhiando o urlando parole come “via!”, “no!”, ecc.
  4. Altro esercizio è quello di due o più persone muniti  di numerosi cuscini ed invitarli a colpirsi, con gli stessi, sui glutei, sulle gambe o sulle braccia, evitando però la testa e, per quel che riguarda le donne, i seni.
  5. Altro esercizio, ancora, è di mettersi carponi, in coppie, con le ginocchia sollevate dal suolo, spalla contro spalla, e spingersi, emettendo suoni.

I ragazzi del gruppo espressero tutti apprezzamento positivo per la tecnica adottata: in particolare, il feddback successivo ad ogni singola esperienza era ricco di vissuti emotivi fra i più vari.

Mario: “Non riesco a muovere le gambe per andargli incontro, le sento come paralizzate”.

Franco: “La sua faccia con quella smorfia che digrigna i denti mi fa paura e mi strozza la voce in gola”.

Andrea: “Quando devo spingere le mie gambe contro di lui mi sento come svuotato di ogni energia. E’ la stessa cosa che mi succede in gara. Credo di rendere si e no al 50%. In effetti, ho paura dell’altro, di essere schiacciato, vinto, di fare brutta figura”.

Anna Maria: “E’ tutto un po’ ridicolo, anzi direi cretino, e, soprattutto, mi sembra un gioco inutile. L’ho fatto così…, giusto perché c’ero, ma senza nessun piacere, o voglia di farlo. E’ proprio una perdita di tempo!”.

Teresa: “Perché non mi hai aiutato quando mi hanno aggredito?!” – rivolta rabbiosamente al terapista.

Marco: Si erano coalizzati contro di me, per questo non vedevo l’ora che finisse. Battersi contro due è difficile!”.

Il terapeuta: “Io ero qui, in mezzo a voi, nella stanza; voi vedere che faccio tutto insieme a voi, ma  nessuno ha pensato di aggredirmi”. un secondo dopo due ragazzi stavano per aggredirlo.

Andrea, però non era uno di questi. Infatti, la sua difficoltà, in gara, era proprio quella di affrontare il personaggio ritenuto da lui importante, anche se poi, nella realtà, in effetti non lo era. Ovviamente, questo blocco veniva riportato in terapia.

la dinamica del gruppo si evolse per qualche tempo, e l’elaborato emotivo veniva ben espresso dai visi dei giovani atleti: a volte pallidi per la paura; a volte congesti per l’aggressività liberamente esplosa; a volte tesi e perplessi, come intenti ad ascoltare voci profonde affioranti.

Le ammissioni furono dolorose ma sincere. Il pianto trovò rigide strettoie per emergere, ma il fine fu lungo e liberatore. La rabbia dovette a lungo lottare contro le pastoie della paura, prima di sprigionarsi e colpire, piena, l’oggetto temuto e vivere la stupefacente verifica che non c’era ritorsione, non c’era distruzione e morte per essere stata riconosciuta, espressa, vissuta. Andrea attinse, forse più degli altri, la linfa energetica del gruppo: crebbe rapidamente in lui la consapevolezza del proprio sé, di essere una persona autonoma e differente dalla figura del padre – vissuto da lui così schiacciante -; imparò, dapprima timidamente, poi sempre con maggior baldanza, a strillare, urlare, quasi meravigliandosi di quello che faceva es essere capace di farlo. E’ molto più disinvolto, adesso discute col padre, invece di arrabbiarsi o tacere e andarsene. “Lo vedo più maturo”, fu il commento della madre, dopo qualche tempo.

Finita l’esperienza di gruppo, il terapeuta perse di vista il ragazzo, ma, alcuni mesi dopo, lo ritrovò in un centro permanente di selezione giovanile frequentato dai migliori atleti della sua categoria, in osservazione per la Nazionale.

I risultati erano quindi venuti, ed il ragazzo, adesso, poteva seguire la sua via sportiva libero dalle catene di un’ombra incombente e superegoica, anche se affettuosa e attenta ai suoi bisogni.