Caso clinico: Aldo (ciclista) – Un caso di nikefobia

//Caso clinico: Aldo (ciclista) – Un caso di nikefobia
ansia

‘Aldo’ è un ciclista di grandi possibilità tecniche ed atletiche: ha molta esperienza ed una intelligente visione della situazione di gara. Denuncia spontaneamente una grossa componente ansiosa ogniqualvolta si trova a livello di semifinali o finali negli appuntamenti importanti. Negli ultimi anni, negli incontri internazionali di grande rilievo (Olimpiadi e Campionati del Mondo), è stato regolarmente battuto da atleti che, in altre occasioni, non aveva avuto difficoltà a superare. In effetti i suoi tempi, in allenamento e nelle batterie eliminatorie, molto spesso sono i tempi da battere e, frequentemente, rimangono i migliori.

Le giustificazioni portate dall’atleta per i mancati seppur prevedibili successi sono le più varie. Quando non è colpa dei giudici, la responsabilità è degli avversari scorretti, oppure del suo stato di salute non soddisfacente. Difficilmente emerge una risposta credibile alla domanda “Perché?”. L’interrogativo che si pongono i tecnici è se si possa mai risolvere questa situazione di stallo.

Aldo inizia la terapia con molta speranza di interrompere questa continua serie di delusioni, ma, contemporaneamente, con una certa incredulità nel risultato e diffidenza per il metodo. Quest’ultimo consiste, oltre che in sedute di terapia singola, che utilizza varie metodiche di intervento, anche nell’uso del Training Autogeno e nel lavoro in coppia con un altro corridore della stessa specialità, anch’egli in terapia per motivi analoghi.

“Mi sentivo le gambe gonfie” dice Aldo riferendosi ad un’occasione di gara dove le aspettative del suo ‘clan’ erano di vittoria. “Era come se avessi dovuto pedalare con delle grosse gambe di legno, stoppose, pesanti. So che, se non mi fosse successo quello strano fenomeno, avrei vinto sicuramente: ma non sapevo come superarlo”.

L’atteggiamento di Aldo esprime apparente sicurezza, la voce è ben controllata, e così i gesti, e l’insieme  dà un’impressione di forza; ma lo  sguardo di Aldo non può ingannare. Gli occhi dicono ‘Aiutami’: è lo sguardo di un bimbo in un volto di uomo maturo che richiede rispetto per la sua debolezza. Così almeno sembra che Aldo viva l’ammissione del suo bisogno. Le sue citazioni delle vittorie ottenute su atleti importanti infiorano le prime sedute: “X l’ho vinto in questa occasione”, “Y  l’ho vinto in quest’altra occasione”, “Di Z ne ho fatto quello che ho voluto”.

“Come mai allora alle Olimpiadi è successo quel che è successo? Perché Y è divenuto improvvisamente così irresistibile, e proprio allora?” pone queste domande come se toccasse al terapeuta spiegare l’arcano. per tutta risposta il terapeuta intuendo che dietro quelle gambe gonfie ci fosse una personalità paurosa di esprimere compiutamente la propria aggressività, gli propone di di prendere a pugni un materasso appoggiato al muro di fronte a lui e di strillare ad alta voce qualunque parola balzasse alla mente.

Aldo guarda con aria sorpresa il terapeuta come se volesse dire “Ma che stupidaggini sono queste?”. si avvicina però, anche se scuotendo la testa in modo dubitoso, al materasso e rimane un attimo immobile e con gli occhi fissi lì dinnanzi. un “Mah!” perplesso esce dalle sue labbra e, dopo un po’ comincia a colpire il materasso con forza sempre crescente. Rapidamente il volto si congestiona, gli occhi acquistano un’espressione cattiva e aldo digrigna i denti emettendo una specie di ruggito. per molti secondi c’è solo un ringhio rauco e potente ed il rumore soffocato di una serie di pugni che colpiscono velocemente il bersaglio. “Prova a strillare ‘Basta’” gli suggerisce il terapeuta, che gli sta  al fianco. l’urlo esce immediato, alto e quasi disperato. l’energia di Aldo è molta e la durata dell’esperienza non è breve. ad un certo momento però, l’atleta si ferma all’improvviso, come se qualcosa lo avesse colpito. rimane così immobile ed in silenzio per un po’, e poi, voltandosi a guardare il terapeuta, esclama :”Sono stanco, basta così!”. “Prova a definire quello che provi in questo momento” gli viene suggerito. La risposta è immediata: “Ho un po’ paura”. infatti l’arresto brusco dell’esercizio dava la netta sensazione che un elemento nuovo fosse intervenuto energicamente, nella situazione. “Paura” commenta il terapeuta guardandolo. Aldo abbassa gli occhi  come se si vergognasse dell’ammissione fatta, e dice: “Già…; è strano”. “Perché mai? – gli viene chiesto – una delle proibizioni più frequenti che abbiamo ricevute da bambini è quella di non esprimere né con i gesti né con la voce la nostra rabbia ed il nostro disappunto”. per un po’ c’è silenzio. Aldo si mette lentamente a sedere su di un materassino per terra e comincia a percuotere con le punte dei piedi il pavimento, tenendo, però la testa bassa.

“Quei piedi esprimono nervosismo e tensione – dice dopo un po’ il terapeuta -proporrei di seguire al direzione che indichi con il tuo corpo”. Aldo alza lentamente la testa ed i suoi occhi, intenti, dicono che la barriera tra i due è caduta: “D’accordo!”esclama. Evidentemente, o quanto appena vissuto od il commento del terapeuta avevano in qualche modo dovuto colpirlo. Almeno apparentemente, non sembrava uomo incapace dii esprimere i propri sentimenti, né a livello di gestualità né con la voce. Evidentemente però la libera espressione dell’una o dell’altra manifestazione – senza limitazioni, inibizioni o soggezioni di qualsivoglia natura – avevano messo in movimento qualcosa dentro di lui. per capire il senso di questo esercizio e l’importanza dello stesso, dobbiamo rifarci alle prime esperienze infantili. ai bambini, infatti, è ben difficile che venga concessa la possibilità di strillare, inveire e battere contemporaneamente i piedi o i pugni senza che arrivi rapida e gelante la proibizione.

Aldo si sdraia quindi sul materassino e, seguendo le indicazioni fornitegli, comincia a calciare con i piedi contro un grosso cuscino appoggiato alla parete. Come per le braccia, anche per le gambe il movimento acquista vieppiù velocità e forza fino a diventare un fitto grandinare di colpi. “Prova a strillare la parola ‘via!'” gli suggerisce il terapeuta. pochi attimi dopo, la stanza era piena della voce di Aldo. Ad osservarlo, dava l’impressione che fosse la prima volta che urlasse quella parola in modo così disinibito e liberatorio. Solo dopo alcuni minuti Aldo si ferma affannato e sudato. Sembra soddisfatto. per un certo periodo di tempo tace, guardando il soffitto, mentre il suo respiro va lentamente regolarizzandosi. si volta poi verso il terapeuta dicendo: “Non mi sono mai sentito tanta rabbia addosso. mi sono fermato perché avevo quasi paura di continuare ad osare di dire ‘via!'”. rimane ancora per un po’ silenzioso, ed il terapeuta allora gli chiede: “C’era qualcuno a cui dicevi ‘via’?”. Silenzio per qualche secondo, poi: “No. Non credo. Almeno, non mi sembra”. “In genere, il ‘basta’, il ‘via’, il ‘no’ suscitano spontaneamente l’immagine delle figure autoritarie, importanti”. l’aggancio, la provocazione del terapeuta è abbastanza evidente.

Aldo alza la testa verso il terapeuta e, quasi a bassa voce, mormora: “No, non c’era mio padre”. “Tuo padre o chiunque altro cui tu potessi ribellarti”. “Non c’era ribellione verso mio padre, ma solo rispetto. Era un vero uomo”. L’atleta si lancia a descrivere la figura di questo padre deceduto una decina di anni prima. Ne viene così profilato un personaggio fisicamente imponente, forte, autoritario e giusto. Una persona ideale ed idealizzata. Era chiaro che il piccolo Aldo nulla poteva per misurarsi in qualche modo con questa figura così efficiente e valida sotto tutti i profili. Era meglio quindi viverlo come emblema e porsi sotto la sua protezione piuttosto che competere con lui. Il padre d’altronde nella realtà, doveva essere stato veramente un buon padre, considerando i numerosi episodi riportati da Aldo nel ricordarlo. Qualcosa che forse era molto importante avvenne sul letto di morte del padre. Aldo ricorda molto bene la scena, il suo stato d’animo e la promessa con la quale si legava alla memoria paterna: “Lo farò per te! Riuscirò per te”.

Una cosa divenne comunque chiara: prima della malattia del padre, Aldo era, pur con mezzi fisici eccezionali per la sua età, un corridore qualsiasi. Da quel momento, cominciò lenta ma continua, la sua scalata alle vette delle classifiche, prima nazionali e poi di quelle più prestigiose, internazionali. Evidentemente, qualcosa si era mosso in lui; o si era liberato. In effetti, sembrava che l’atleta vivesse il rapporto col padre, anche se ottimale dal punto di vista affettivo, in modo limitante e castrante dal punto di vista della realizzazione de proprio ‘Sé’. Verosimilmente, il piccolo Aldo non era stato capace di sganciarsi in modo autonomo ed indipendente dal modello che per lui rappresentava questa forte figura di uomo buono ed affettuoso, ma anche severo; il che significava che per lui non era stato possibile entrare in franca competizione  con l’adulto, ed imparare a vivere il confronto in modo paritario ed anche  vittorioso.

Tradotto il tutto in termini sportivi, questa situazione nel suo mondo interno, giustificava la sua capacità ad affrontare l’ Avversario come qualcuno da liberamente aggredire, battere, sconfiggere, disporre , insomma, a proprio piacere. Con la morte del padre questa barriera, in parte, dovette cadere, poiché Aldo gareggiava “Per Lui”.  Ma tale caduta era solo parziale. In effetti, agli appuntamenti importanti, il ‘Grande’ avversario era anche il ‘Grande’ padre da sconfiggere. E questo non era possibile. Aldo non aveva esperienza di ciò. Mai infatti, dato il rapporto di dipendenza, si era provato a misurarsi con l’ Altro. In conclusione, dove i suoi splendidi mezzi atletici gli consentivano di ottenere dei risultati brillanti senza che fosse necessario il coinvolgimento emotivo nella gara, tutto andava bene. Là dove, al contrario, l’impegno dell’appuntamento agonistico esigeva un forte senso dii responsabilità, di determinazione alla vittoria, e di tensione emotiva, là scattavano i meccanismi inibitori per cui le gambe divenivano gonfie, pesanti, legnose.

Allo scopo di aiutare l’atleta a venir fuori da questa ‘impasse’, il terapeuta propose di vivere, durante le sedute successive, una ‘simulata’ di gara. all’uopo Aldo portò dei rulli e la bicicletta nello studio. “Adesso comincia a pedalare, immaginando di trovarti in pista, rivivendo le solite sensazioni che provi mentre fai il riscaldamento”.  Dopo un po’, il suggerimento diviene: “Adesso ti hanno chiamato, sei alla partenza, senti gli occhi della folla puntati su di te, senti le ultime raccomandazioni dell’allenatore ed infine c’è il colpo di partenza”. Mentre Aldo pedala, col viso intento e gli occhi a volte chiusi, arrivano gli altri suggerimenti: “Sei negli ultimi duecento metri, il tuo avversario è appena innanzi a te (ogni simulata prevedeva diverse situazioni di gara e diversi momenti nelle situazioni medesime), rivivi il tuo stato d’animo nell’impegno più importante”. A volte, specie nella fase finale, il suggerimento era di esprimere ad alta voce qualunque parola venisse in mente, rivolta sia all’avversario, sia alla situazione. Il senso di impotenza vissuto negli ultimi attimi dello sprint appariva lampante e chiaro nell’atteggiamento di Aldo alle ultime pedalate, e dall’espressione del viso alla fine dell’esercizio. A volte quest’ultimo scatenava una grossa dose di rabbia che veniva espressa con urla minacciose e parolacce; a volte invece l’esperienza si concludeva con uno scuotimento negativo della testa, come a voler significare: “Tanto non c’è niente da fare”. Il tutto era comunque e sempre accompagnato da profusa sudorazione che, a parere di Aldo, era sproporzionata allo sforzo.

Il senso di questa esperienza era quindi quello di  aiutare l’atleta a rendersi conto del proprio stato d’animo, discuterlo, e lasciare che, da solo, provasse a modificare la propria posizione emozionale nel momento critico in cui dovevano essere espresse, col massimo vigore, tutte le energie in armoniosa combinazione psichica e corporea. molti atleti, ad esperienza di chi scrive, soffrono di nikefobia, sindrome magistralmente descritta dal prof. Antonelli. Qui vorremmo aggiungere che questa sindrome può essere superata a volte grazie alle esperienze che la vita stessa – maestra insuperabile di realtà – ci offre; a volte invece grazie all’intervento terapeutico. Tale intervento consiste nel recupero di situazioni emozionali – capisaldi di ripetute, antiche esperienze – percepite come negative dal soggetto. L’ imprinting del messaggio risultante dalle predette esperienze negative si può cancellare e sostituire con un nuovo calco positivo solo attraverso il rivivere più e più volte la situazione rifiutata o comunque sofferta.

Questo ‘rivivere’ può riferirsi sia alle situazioni originarie che ai  vissuti attuali che ad esse si riferiscono, e che comunque ripropongono le stesse sofferenze. Sembra che, grazie a questo metodo, l’individuo abbia la capacità di modificare il codice dell’esperienza negativa, ritrasformandolo in un attuale vissuto positivo che prende le basi dalla cancellazione non già del fatto primario, ma del messaggio che da esso aveva desunto.

Altra tecnica utilizzata con Aldo fu quella di farlo lavorare in coppia con un collega – anche lui valido atleta – che aveva più o meno le stesse problematiche psicologiche. Il lavoro a due fu utile specie per la possibilità di utilizzare alcuni metodi di intervento riguardanti la possibilità di stimolare una libera espressione delle propria aggressività.

Impegni di ordine agonistico allontanarono Aldo dalla terapia, che dovette quindi essere interrotta. Numerosi insight, acquisiti grazie ad essa, lasciano però supporre che se il trattamento fosse stato portato a termine esso avrebbe potuto ottenere la definitiva remissione della sindrome nikefobica della quale l’atleta soffriva.