Caso clinico: Caterina (saltatrice e pentatleta) – Una madre castrante

//Caso clinico: Caterina (saltatrice e pentatleta) – Una madre castrante
salto in alto

“La cosa che più mi colpisce – dice la madre – è che Caterina negli allenamenti ottiene dei risultati molto promettenti ma, in gara, ora per uno stiramento tendineo, ora per uno strappo muscolare, ora per qualche altro motivo, non rende mai come potrebbe”.

Caterina, seduta a fianco della madre, annuisce in silenzio. E’ una ragazza di 16 anni, pallida, carina, alta a sufficienza per le specialità che pratica: il salto in alto ed il pentathlon. “L’ho fatta visitare da molti medici, dal medico sportivo e dall’ortopedico. Tutti mi dicono le stesse cose: quello che accusa è una stupidaggine, guarirà presto, non ha niente”.

La madre continua a parlare dando ulteriori notizie sulla vita sportiva di Caterina, sugli allenamenti – è anche la sua allenatrice – sulle sue abitudini e su quanto ella pensa sia necessario riferire. “Siamo contente di averla incontrata qui – ci troviamo nel consultorio di Psicologia dell’I.M.S. di Roma – perché ci piacque molto l’ esperienza del respiro che ci fece fare a L.” (allude ad un Corso di Aggiornamento per tecnici tenutosi presso un Ospedale Ortopedico).

La prima parte della seduta passa così, con la madre che interpreta il ruolo della protagonista principale, dando notizie  e ponendo domande.

“E tu che dici?” domanda il terapeuta, rivolto a Caterina.

“E’ proprio così – risponde la ragazza – non so perché, sembra una specie di maledizione, ma tutte le volte che gareggio e ci tengo a fare un buon risultato, non mi riesce mai di potermi esprimere al meglio”.

“Ti emozioni facilmente?”. “Sì, ma non mi sembra eccessivamente”.

“Hai soggezione delle avversarie?”. “Sì, qualche volta di più, qualche volta meno, ma non molto”.

“Vai d’accordo con tua madre?”. “Sì, parliamo spesso, non ho segreti per lei e ho fiducia in lei come allenatrice”.

I grandi occhi di Caterina non mostrano nessuna esitazione mentre lei si esprime, e sono ben aperti e fissi sul volto del terapeuta.

“Che cos’è secondo te che ti impedisce di riuscire in  gara?”. “Non lo so, mi piacerebbe proprio scoprire il motivo per cui, anche quando mi sento in forma, succede sempre qualcosa che mi manda tutto di traverso”.

“Hai fiducia nelle tue capacità?”. “Sì, so che ho i mezzi e che potrei fare molto meglio di quello che effettivamente faccio”.

Questa ragazza dà l’impressione di chiara accettazione positiva della madre. Nel contempo, il suo permetterle di gestire gran parte della seduta, sua di diritto che, sia per età che per intelligenza è chiaramente in grado di saper gestire da sola; dà la netta sensazione che qualcosa non funzioni nel rapporto madre-figlia. La verifica di questa intuizione diviene allora importante ai fini di una comprensione della situazione: il terapeuta decide di innescare, quindi, un meccanismo di confronto diretto, nella speranza che la risultante sia la conferma dell’intuizione avuta o definisca inequivocabilmente una disconferma della stessa  “Prova a dire, guardando in faccia tua madre: Tu non sei una buona allenatrice“. Caterina ha un leggero sussulto, impallidisce leggermente ma non si volta verso la madre e non parla.

“C’è qualche difficoltà?” domanda il terapeuta. Un breve silenzio. “…Non posso dirlo, perché non è vero”. “Certo che non è vero, sicuramente tua madre è un’ottima allenatrice; ma tu, se non ti dà troppo fastidio, prova a dirlo lo stesso”.

La ragazza si volta lentamente verso la madre, la guarda di sfuggita e poi volta lo sguardo altrove, torna a volgere ancora il capo verso la donna che le sta  al fianco, ma non emette alcun suono. Ritorna con gli occhi al terapeuta, restando in silenzio. “Allora?” domanda il terapeuta. Nessuna risposta. “Dillo tranquillamente – interviene la madre – non aver paura  di me né  che io mi possa offendere”. I grandi occhi fissi sul terapeuta, il volto teso e fortemente intento, il corpo contratto in modo evidente, la ragazza continua a tacere. Si ha come la sensazione che una notevole carica di energia sia improvvisamente emersa in lei e, contemporaneamente, sia bloccata e trattenuta. A questo punto risulta chiaro che, inibita l’espressività verbale, solo la comunicazione corporea può aiutare, in qualche modo Caterina ad esprimere quello che forse inconsapevolmente trattiene. Il terapeuta decide quindi di operare in questa direzione per capire quali sono le zone del suo corpo di massima concentrazione di tensione e, nel contempo, per aiutarla a liberarsene almeno in parte. “Vuoi provare a d alzarti e, stando in piedi, a metterti con i piedi paralleli e le ginocchia semi-flesse, controllando come respiri?”, chiede il terapeuta. La ragazza si alza ed esegue diligentemente quanto richiestole. Il petto inizialmente è pressoché immobile, poi, lentamente, qualcosa sembra sciogliersi in lei e si nota un movimento sempre più ampio della escursione respiratoria. Contemporaneamente, la ragazza, sempre con gli occhi fissi sul terapeuta, mormora: “Mi tremano le gambe”-

-Lunga pausa-, dopo aver aspettato un po’ per darle la possibilità di esprimersi ulteriormente, il terapeuta commenta: “Certo, è la tensione emotiva che è affiorata in te e che si sta scaricando attraverso le tue gambe”. Gli occhi della ragazza sono lucidi, esprimono un notevole coinvolgimento. “Lascia che il tuo corpo si esprima liberamente, col movimento, in qual si voglia direzione”. -Ma Caterina rimane ferma -, allora il terapeuta, dopo un po’ propone: “Saltella, se vuoi, muovi le braccia a tuo piacere o cammina, o qualunque altra cosa ti venga in mente- la ragazza esita un po’, poi comincia  a fare piccoli saltelli sul posto, respirando profondamente. Dopo un po’ si ferma e domanda: “Basta?”. “Sì, se tu sei soddisfatta”. è la risposta- “Posso sedermi?” chiede la ragazza. “Certamente, fa quello che vuoi”. “Sa, con tutti voi che mi guardate, mi vergogno un po’. mi sono fermata per questo”. Effettivamente, oltre al terapeuta c’è uno psicologo dell’istituto che assiste al colloquio. “Sarebbe possibile ottenere qualche incontro con lei?” – interviene la madre – Penso che Caterina avrebbe bisogno di parlare, da sola, senza la mia presenza. “Sì, penso anch’io che qualche altra chiacchierata sarebbe utile”. Organizzata così una serie di incontri e, svolte le formalità burocratiche del caso, si chiude la prima seduta, con un sorriso molto franco e aperto della ragazza al momento dei saluti.

Descriviamo ora i tratti più salienti delle sedute successive, che furono in totale dieci. Una delle cose che risultarono fin dall’inizio chiaramente, fu che la ragazza era notevolmente emotiva, e che, nelle situazioni tensiogene, senza rendersene conto, s’irrigidiva tutta bloccando il respiro. Questo valeva, ovviamente, anche quando gareggiava. Si trattava quindi di rendere consapevole la paziente di ciò durante il lavoro terapeutico e, di risalire alle cause che determinavano quella modalità di risposta all’emozione. L’atteggiamento della ragazza  ed il suo comportamento durante la prima seduta erano sufficientemente indicativi per seguire come traccia di lavoro le sue incapacità ad esprimere i propri sentimenti negativi nei confronti della figura materna. Questo lasciava sospettare che non ci fosse stata una naturale evoluzione della fase edipica. se l’ipotesi era esatta, la terapia avrebbe dovuto far rivivere e recuperare l’arresto dello sviluppo emotivo nella predetta fase, e facilitarne una fisiologica evoluzione.  Per verificare questo assunto era sufficiente vedere quale reazione  provocava in lei la figura maschile adulta. “Io verrò lentamente verso di te – dice il terapeuta – e quando ti sarò vicino tu respingimi con tutte e due le mani appoggiate alle mie spalle dicendo ad alta voce: Via!“.  Caterina pur arrossendo esegue con relativa facilità l’esercizio più e più volte. Poi tocca a lei essere respinta. Le emozioni che vengono fuori da questi esercizi sembrano del tutto normali, facilmente  espresse, elaborate senza particolari problemi e non paiono simboleggiare blocchi emotivo-affettivi particolari. In effetti l’aggressività verso la figura maschile viene espressa facilmente, la spinta delle braccia è forte ed energica e la voce alta e piena. Gli occhi ed il viso esprimono lo stato d’animo che le braccia e le mani agiscono. Anche le gambe, negli altri esercizi di aggressività – sempre agiti contro la figura maschile . non sembrano bloccare o ritardare l’espressione. dalla discussione successiva a queste esperienze emerge chiaramente una insoddisfazione di fondo verso il padre vissuto come un personaggio lontano, dotato di scarsa comunicativa, non disponibile a soddisfare le richieste e i bisogni della figlia.

In particolare, emerge una conflittualità nel rapporto madre-padre dovuta ad incomprensione, scarsa comunicabilità, stanchezza ed insoddisfazione sessuale. “Se non sei soddisfatta, se non ci vai più d’accordo, lascialo!”, ripete più volte Caterina alla madre. diviene così sempre più chiaro il processo d’identificazione della ragazza con la figura femminile materna, coerente d’altronde con la rabbia di Caterina verso questo genitore distante, insoddisfacente e vissuto anche come poco disponibile. “Non posso, ci siete voi – è la risposta della madre – non posso distruggere la nostra famiglia e non voglio che voi perdiate me o lui”. In questo messaggio c’è la possibilità di capire l’atteggiamento di Caterina, similare verso la madre: “non ti posso aggredire, non posso entrare in competizione con te, perché questo mi farebbe rischiare la perdita del nostro rapporto o, comunque, un nostro allontanamento”. questo sembra essere il “life motion” della posizione della ragazza. Ciò la porta però a contrarsi ed irrigidirsi, ogni qualvolta esplode dentro di lei l’antagonismo e/o la rabbia verso la madre, per impedirsi di esprimerli. La risultante di questo è una rigidità muscolare continua di vari distretti corporei che, a livello degli arti inferiori, strumento specifico, per lei, di competività anche sportiva, porta a quella fragilità dei tessuti così ben espressa da strappi, stiramenti e distorsioni.

Arrivati a questo punto comincia a divenire sempre più evidente che la problematica di gara di Caterina è la tendenza a rivivere, nello scontro diretto con le avversarie – figure femminili importanti da affrontare e battere – la stessa situazione emotiva vissuta e rivissuta un’infinità di volte con la madre. Il fine quindi della terapia diviene il rendere consapevole questo processo – attraverso tutta una serie di situazioni create ad hoc – la ragazza, bloccata nel movimento energetico di libera espressione della propria naturale aggressività. In effetti la dinamica potrebbe essere sintetizzata in questi termini: “la rabbia che io sento è così grande – avendola così a lungo e per tante volte trattenuta dentro di me – che, esprimendola, ho paura di distruggerti e di essere a mia volta distrutta dalla tua reazione”. A tal fine il terapeuta chiede ed ottiene una seduta con la presenza della madre.

La donna è tesa, inquieta, come se sentisse incombere su di lei l’alea di imminente pericolo. Sposta gli occhi dalla figlia al terapeuta in modo interrogativo e preoccupato. Madre e figlia sono di fronte, sedute, ed al loro fianco c’è il terapeuta. “Tu veramente non vuoi mai parlare con me di cose importanti – dice Caterina – sei solo capace di chiedermi come va la scuola, di insistere che devo mangiare e di dirmi come devo correre e saltare. se c’è un problema con papà, fra te e lui, perché non discuterne?”. La madre ha le spalle leggermente sollevate, contratte ed il suo respiro è corto e superficiale. “I miei problemi con tuo padre me li sbrigo da me, non c’è bisogno di coinvolgere tutta la famiglia, sono fatti nostri e, non vedo come voi, figli, possiate essere utili intervenendo in qualche modo”. “Ecco, questo è il tuo solito modo di escluderci dalla tua vita. Esiste un vero problema importante per tutti noi, quello che riguarda te e papà e tu sei incapace di risolverlo da sola, il che pesa sulle nostre spalle in tutti i modi ma tu ci impedisci anche di viverlo con te e provare assieme a voi due, di risolverlo”. La donna tace per un po’. Sembra che stia per prendere una decisione. Alza all’improvviso la testa guardando il terapeuta: “Io vorrei sapere, domanda con un tono leggermente aggressivo, cosa c’entra tutto questo con le distorsioni e gli strappi muscolari di mia figlia. Io sono venuta per parlare di questi problemi, non delle mie personali difficoltà con mio marito. O, forse, c’è qualcosa che io non capisco e che è chiaro a voi due, vorrei che lei me lo spiegasse. il terapeuta tace. C’è qualche istante di silenzio in cui la madre rimane in un atteggiamento di aspettativa, mentre sembra che alla figlia non interessi molto la risposta; rimane anzi intenta, come ad osservare il comportamento della madre. Risulta chiaro al terapeuta che la donna sta tentando una manovra diversiva per evitare il coinvolgimento diretto e quindi un confronto-scontro con Caterina. Decide quindi di non cadere nella trappola della risposta-spiegazione e di lasciare che la situazione evolva spontaneamente, nella direzione che una delle due donne deciderà di prendere. Poco dopo, infatti, Caterina rompe il silenzio ed assume l’iniziativa.

“Mamma, questa storia deve finire. ogni volta che stiamo discutendo di cose importanti tu cambi argomento. Io vivo sempre con la paura che tu decida di lasciare papà e quando voi due litigate io sto in ansia ed ho paura, anche Carla (la sorella)  sente lo stesso. Se tu e papà non siete soddisfatti sessualmente, se tu, come mi dici, non provi nulla nel rapporto con lui, e se è veramente questo il motivo per cui ti rifiuti a lui e poi finite per litigare, allora curati o andate assieme dal medico. ma non è possibile che questa faccenda vostra la facciate pagare a noi”. La ragazza mentre parla si accalora e pianta i suoi occhi, dritti negli occhi della madre. La discussione continua così, tra sentimenti espressi, anche se  a fatica, conati di fuga ed emozioni – in un tumultuoso emergere, da parte della madre, anche se quasi costrettavi, da una figlia rivendicatrice ed incalzante.

una cosa appare chiara: mai come in quella occasione, Caterina, sentendo il supporto della presenza del terapeuta, si è aperta con tanta sicurezza e sincera voglia di entrare in contatto diretto con la madre. E’ come se, finalmente, un  elemento catalizzatore facilitasse quella reazione che normalmente era inibita dal diaframma “paura“. la presenza maschile, adulta, al suo fianco, sembra che le dica: “hai il permesso di affrontarla, di lottare con lei, ti dò il mio sostegno ed il mio appoggio, puoi anche vincere: sei una donna anche tu, io ti riconosco per tale, e per me, siete sullo stesso livello”. in effetti, più volte, la madre si trova in difficoltà e si richiama alla sua iniziale aspettativa di discorso formale ed asettico: a volte, addirittura, il terapeuta deve intervenire per sostenere questa donna impreparata a quanto avviene e confusa dalla nuova realtà che sta emergendo nel rapporto con la figlia.

Alla fine della seduta il terapeuta aveva di fronte Caterina: eretta nel busto tanto da sembrare leggermente più alta, lo sguardo fermo e sicuro, sciolta nei movimenti del corpo col viso atteggiato ad un leggero sorriso. La madre, modicamente curva nelle spalle, meno rigida nel busto con uno sguardo più caldo, più umano, con gli occhi più lucidi. Sembrava cioè che il gioco fosse fatto: si fronteggiavano due persone pressoché alla pari: più ricca e meno esperta l’una, più comprensiva e meno difesa l’altra. Comunque, finalmente, sembrava per una prima volta, alla “pari”.

Le sedute successive confermarono sostanzialmente questa impressione  e furono mirate a rinforzare in Caterina la sua capacità di esprimersi ed agire senza paura di distruggere e di essere distrutta, nei confronti della madre. Il passo ulteriore, come programma terapeutico, fu di aiutarla a rendersi conto che, ormai, non aveva più bisogno di soffrire né di distorsioni né di strappi muscolari, per impedirsi di affrontare competitivamente qualunque figura femminile la sua pratica sportiva le offrisse d’innanzi: così come qualunque figura femminile, la vita, le proponesse come figura materna con cui competere, misurarsi e forse anche vincere.