Caso clinico: “Tito” (tennista)- Importanza della consapevolezza di sé stessi

//Caso clinico: “Tito” (tennista)- Importanza della consapevolezza di sé stessi
credere in sé stessi

“Sono stanco, mi è passata la voglia e il piacere di giocare. Sono pressoché svuotato di ogni energia”.

E’ un atleta magro, asciutto, certamente al di sotto del suo peso-forma. E’ un campione di tennis quello che parla, negli ultimi tempi però la sua efficienza agonistica si è andata spegnendo, la sua “grinta” sii è affievolita ed il magnifico lottatore di sempre affronta gli avversari in uno stato di handicap.

L’atleta è seduto, le spalle sono curve, quasi cadenti in avanti, mentre le braccia penzolano inerti. Ha giocato fino ad un paio di ore prima ed è visibilmente stanco.

“C’è qualcosa di diverso, di cambiato nella sua vita? Avvenimenti importanti che in qualche modo l’abbiano interessata o sconvolta?”

L’atleta scuote la testa, penosamente e tristemente: “No, niente di tutto questo, non so nemmeno io cosa stia succedendo, il risultato però è come se mi si fosse fermata la dinamo di dentro e non fossi più capace di far andare il motore. Anche le altre cose della vita hanno perso significato per me e sono divenute vuote; le faccio per forza, perché devo, ma senza convinzione”.

A questo punto appare abbastanza chiaro al terapeuta che la prima cosa da fare è quella di rinforzare l?Io del paziente. La struttura energetica che gli sta di fronte gli dà la sensazione di un’armatura senza vita nè calore all’interno. Uno dei processi fondamentali in psicoterapia, che consentono a volte recuperi di notevole importanza con la realtà, è il processo di auto-identificazione. Pensando fosse utile lavorare in questa direzione il terapeuta decide di utilizzare un esercizio che facilita la connessione fra l’Io – identificato in espressione corporea e  voce – e contatto dello stesso con la terra, cioè con la realtà; a questo scopo chiede: “Ti dispiace camminare su questa pinta di materassi pestando forte i piedi per terra e dicendo ad alta voce: ‘IO’?”

L’atleta lancia uno sguardo ineffabile sul terapeuta ed annuisce, iniziando l’esercizio. Va su e giù per la stanza alcune volte picchiando con discreta energia i materassi, ma esprimendo altresì un “Io” sommesso e sottovoce. Dopo un po’ si ferma, voltando la testa verso il terapeuta, e chiede: “Basta?”, con un tono tra l’insicuro e l’insoddisfatto.

“Perché ti sei fermato?” chiede a sua volta il terapeuta. “Non sapevo quanto dovessi andare avanti, e se tutto ciò avesse senso”. “E’ giusto che tu non abbia continuato, se questo non aveva senso per te” (in effetti, è inutile fare le cose che non capiamo!). “Mi sembra importante che tutti e due si rimanga d’acoordo che il movimento è una importante espressione della personalità, come pure la voce. associare le due cose in senso assertivo per quello che riguarda il tuo riconoscerti ed identificarti nell’Io, mi sembra che ti potrebbe aiutare a recuperare un miglior contatto con te stesso ed il tuo corpo”. “Ok” è la risposta. “Bene, allora prova  a ripetere lo stesso esercizio di prima aggiungendo ‘sono’ all’ ‘Io'”. “Io sono?”domanda per conferma Tito? “Si, ‘Io sono'”.

Per lunghi minuti la stanza risuona dei colpi cadenzati dell’atleta sul materasso e della sua voce un po’ più sicura ed alta. ad un certo momento l’atleta si ferma e si volta a guardare con un’espressione più decisa il terapeuta. “Prova a dire adesso: ‘Io sono Tito’ e lancia contemporaneamente i pugni chiusi dalle ascelle verso terra ogni volta che colpisci il pavimento”, suggerisce il terapeuta.

Ancora una volta la stanza si riempie della voce sempre più alta e determinata del paziente. Il viso comincia a congestionarsi, l’atteggiamento è fortemente volitivo e concentrato e l’impressione d’insieme della scena è quella di un’energia sempre crescente e in movimento. Non sembra affatto che quell’uomo abbia giocato una partita di torneo fino a poche ore prima. Questa volta il ‘pestaggio’ dei materassi dura a lungo. Quando Tito si ferma c’è qualcosa di cambiato in lui. Per qualche istante il silenzio domina nella stanza; avendo notato dopo un po’ che il respiro dell’atleta è ritornato pressoché normale con un movimento del petto più lungo e soddisfacente, ma meno veloce, il terapeuta chiede: “Come va?”. Tito annuisce con la testa: “Si, devo dire che mi sorprende quello che provo adesso. All’inizio mi sembrava che stessi perdendo tempo in u giochetto piuttosto infantile ma, quando ho cominciato a dire il mio nome, qualche cosa è scattato dentro di me. Sono io che affermo ed impongo me stesso. Sono io che mi riconosco nella voce e sono io che mi do il permesso di esprimermi come in una sfida al mondo intero. io sono io e nessuno mi deve fermare”.

Nell’insieme l’aspetto di Tito dà un’impressione di esaltazione e fermezza, e per questo suggerisce al terapeuta di fare un passo successivo nel programma di recupero energetico. in effetti, risulta sempre più chiaro ed evidente che il senso di svuotamento di forza e la disincentivazione sono il frutto di una vitalità bloccata, di un’aggressività inibita: quando questo avviene, le persone vanno, normalmente, in depressione. La meta, quindi, è il facilitare la fuoriuscita di quella tensione naturale che normalmente accompagna Tito nei suoi incontri, che gli consente di caricarsi in modo adeguato per esprimersi al meglio e che lo rende puntiglioso e combattivo su tutte le palle, portandolo a lottare ‘game’ su ‘game’ senza mai cedere a scoraggiamenti od alla voglia di arrendersi.

“Mettiti davanti a quel materasso appoggiato al muro, divarica leggermente i piedi, solleva le braccia dietro la testa con i pugni chiusi e, facendo ogni volta arco dorsale, porta il busto e le braccia in avanti, colpendo con forza il materasso. E’ importante che, mentre agisci, lasci uscire liberamente l’aria dalla gola, sonorizzando il respiro e pronunciando qualunque parola ti venga spontanea di esprimere ad alta voce, ad esempio: ‘Basta’, ‘Via’, ‘No’, ecc.”.

Tito inizia senza farsi pregare e, subitamente, le pareti della stanza vibrano sotto i colpi portati dall’atleta. Il movimento è ritmico, incalzante, deciso. il viso assume sempre più un atteggiamento combattivo, mentre le labbra si stirano in un movimento di preparazione al ringhio: “Basta!” esplode dalla gola aperta di Tito, lungo, alto, forte.

L’urlo è improvviso, e si  continua più e più volte in un incalzare che sembra ossessivo, implacabile, inarrestabile. La tempesta di pugni non accenna a rallentare peer un lungo tempo finché, progressivamente, la stanchezza e la soddisfazione si fanno strada nel movimento, ed il tutto, lentamente, si spegne  fino al sussurro ed alla immobilità. Qualcosa è emerso di importante, represso: finalmente! Gli occhi di Tito descrivono tutta la gamma dei sentimenti che vive l’uomo: paura, decisione, rabbia, liberazione e, infine, senso di vittoria. Tito si volta verso il terapeuta mentre una lunga, continua vibrazione lo percorre tutto, ininterrottamente, dalla testa ai piedi.

“Basta, basta, basta ed ancora basta! non ne posso più. Non so che cosa mi freni, non so che cosa mi inchiodi, e non me ne importa niente; so solo che adesso deve finire; sono stufo”.

Comincia a camminare nervosamente nella stanza ma il suo passo è sicuro, ed i suoi piedi si appoggiano saldamente al terreno, Cammina per un po’ in silenzio, poi si volta al terapeuta: “Mi sento meglio, anche se sono stanco. Non credo di aver fatto o detto niente di eccezionale, però è come se mi fossi tolto un grosso peso dal petto e dalle spalle”. Il suo respiro, infatti, è pieno e soddisfacente.

Il terapeuta rileva allora che la ribellione a qualunque cosa lo costringesse è stata vissuta, espressa in modo catartico e che l’unica cosa che resta da fare nella seduta, è l’integrazione dell’emozione con quanto essa stessa vuol significare.

Nella discussione che ne segue, emerge a chiare lettere che il ‘Basta’ è rivolto ai mille pungoli, alle mille tensioni che stimolano alle spalle l’atleta nella sua vita di giocatore e di uomo; ai mille impegni, alle responsabilità, agli appuntamenti importanti, alle scadenze impietose verso le sue debolezze, alle paure suscitategli dagli avversari, alle paure delle  sconfitte e della folla. Si chiude così, con questo ‘insight’, la prima seduta.

Nella seconda ed ultima seduta, Tito si presenta con un atteggiamento enormemente facilitante il lavoro da svolgere. inizia dicendo: “Va meglio, oggi mi sento bene, poco fa sono stato eliminato dal torneo, ma non me ne importa molto, era quasi previsto. Questa notte ho dormito, a differenza del passato, e, comunque, oggi ho giocato, specie all’inizio, con maggoiore energia e sicurezza. solo verso la fine mi è tornato lo scoramento degli ultimi tempi, ma è stato meno intenso e più breve del solito. Ho fatto d’altronde come lei mi ha consigliato (si riferisce ad alcuni esercizi di respirazione, cui aveva accennato nella precedente seduta il terapeuta) e mi sono trovato abbastanza bene”. Dopo qualche altro commento generico sul come si sente e su che stato d’animo vive al momento, il terapeuta chiede: “In che direzione ti vuoi muovere oggi?” “Penso che sia importante continuare l’esperienza dell’altro giorno e seguire quella traccia”. “D’accordo – è il commento del terapeuta – sono anch’io convinto che quella  sia la direzione giusta. Ti propongo allora di sdraiarti su d un materassino, rilassarti il più possibile aiutandoti per qualche minuto con una respirazione piena e soddisfacente e, ottenuto un buon risultato di distensione, comincia a vivere, situazione per situazione, tutti i momenti significativi, sin dall’inizio, della tua giornata agonistica. Quello che più conta, è che tu riviva, nella gara, gli stati d’animo, le emozioni e la ‘grinta’ abituali, di sempre, anzi, dei tempi migliori”.

“O.K.” è la risposta.l’atleta si sdraia sul lettino, chiude gli occhi, e si concentra sul suo respiro, trasformandolo in un movimento profondo, pieno, coinvolgente in modo sintonico la mobilizzazione toraco-addominale. per vari minuti, l’atleta giace immobile, concentrato. Man mano che passa il tempo, avviene però in lui una trasformazione ben visibile dall’esterno. il viso comincia ad animarsi sempre di più, i pugni si serrano con sempre maggiore energia, mentre il corpo, prima assolutamente rilassato, adesso diviene teso, rigido, contratto. poco dopo, una specie di ringhio soffocato fuoriesce dalla gola. la situazione si prolunga per un po’ in questo modo senza che null’altro di nuovo avvenga. Dopo circa una decina di minuti, l’atleta riapre lentamente gli occhi e rimane immobile tacendo. “Allora, com’è andata?” chiede il terapeuta.

L’atleta tace, ed  è solo dopo alcuni minuti che risponde: “Ho rivissuto, dal risveglio fino alla situazione di gioco, tutti i fatti più importanti della mia giornata di gara. Ho risentite le emozioni e le paure degli incontri importanti, ho rivisto i miei comportamenti e sono entrato emotivamente ed anche fisicamente nella situazione di gioco- All’inizio la respirazione mi ha rilassato in modo tale che tutti i momenti della giornata – che negli ultimi tempi vivo piuttosto teso e agitato – questa volta hanno riacquistato la loro abituale atmosfera. Quando sono passato ad immaginare di entrare nello stadio, fare i soliti preparativi, iniziare il riscaldamento  e poi la partita, per un cero tempo sono stato invaso da uno stato mentale che è quello che mi ha condizionato fino ad oggi: passività, pigrizia, svuotamento di energie, senso di inutilità. Ho pensato. ‘Siamo alle solite! Non ne vengo fuori’. Tutto mi è parso routinario, quasi automatico, fatale. più andavo avanti a rivivere la situazione abituale, e più mi sentivo come in una trappola: ‘è destino che finisca così’ sembrava che mi dicesse tutto. Ma è troppo tempo che mi sento così ed è anche troppo tempo che ne voglio venire fuori; ed è allora che ho sentito la rabbia. mi sentivo come nelle strettoie di un’armatura troppo piccola e troppo rigida per me. ‘Basta! – mi sono detto – mi devo scrollare di dosso questo torpore’, ed ho scoperto che il sistema migliore era quello di lasciarmi sentire la mia rabbia: anzi di valorizzarla, di farla crescere, di cercarla. ho sentito il bisogno di trovare un obiettivo ad essa: e l’ho trovato. ho preso a racchettate il mio ultimo avversario, gli ho sparato addosso pallate micidiali, gli ho servito delle fucilate, l’ho infilato come un tordo allo spiedo, l’ho stracciato sul terrno, gli ho fatto schiattare il cuore. Non mi importava più niente né della folla, né dei giudici, né di altro. volevo solo stravincere. nella mia fantasia ci sono riuscito. chissà – aggiunge con un sorriso malizioso – se mi riuscirà anche nella realtà”

Il tono di Tito adesso è in  pieno contatto con l’ambiente, con la realtà che lo circonda e con il terapeuta. Sembra aver capito che dalla depressione, dalla disincentivazione, dalla svogliatezza si viene fuori soltanto passando attraverso la ribellione: la ribellione a tutto, la ribellione alle pastoie che ci vengono inflitte, la ribellione in nome dei propri  bisogni.

Dopo alcuni commenti ulteriori sull’argomento, Tito si alza dal materassino, passeggia pensosamente un po’ per la stanza, chiede alcuni consigli sulla respirazione da eseguire negli intervalli tra i ‘game’, ed alla fine, ripromettendosi di rimanere in contatto dando notizie di sé, saluta il terapista. Quest’ultimo gli fa una sola raccomandazione: “fa ogni giorno, finché ne senti il bisogno, tutti gli esercizi che hai fatto qui con me; quelli che, naturalmente, ti permette l’ambiente che ti ospita”. il giorno dopo, infatti, l’atleta sarebbe partito per una capitale europea dove era in programma un altro torneo a breve distanza di tempo. In effetti, non ha più dato notizie di sé, ma per lui hanno parlato i fatti. Nel torneo ha infatti ricominciato a vincere.

In questo caso, il programma terapeutico, sentita la storia del paziente, fu quello di offrire un rinforzo all’Io attraverso metodi di auto-identificazione vocale e corporea, ed uno stimolo alla libera espressione dei propri sentimenti e della propria energia bloccata, attraverso la mobilizzazione di questa sui materassini.

La seconda parte dell’intervento è consistita nel far vivere un’esperienza di programmazione ideo-motoria in rilassamento. cosa che, anche se non eseguita nel modo ortodosso, ha però sortito l’effetto voluto, avendo fatto scattare in lui la molla della ripresa, del recupero di sé, della ribellione all’apatia e all’abulia. tutto questo tenuto conto della consapevolezza della precarietà del tempo a disposizione: poco, saltuario e imprecisabile, a causa degli impegni internazionali dell’atleta.