Caso di Laura (nuotatrice) -L’imperversare di un padre

//Caso di Laura (nuotatrice) -L’imperversare di un padre
nuotatrice

Laura è una ragazza alta, slanciata, ben costruita fisicamente con la corporatura adatta allo sport che pratica: il nuoto. Ha il viso teso, ansioso e, la sua espressione, è quella di una persona che desidera un aiuto concreto.

“Quando lo starter spara il colpo di partenza, io ho le gambe già completamente vuote di ogni energia, mi sento stanca e  so che non posso farcela. E’ già parecchio tempo che mi sento così ed i discorsi dell’allenatore e quelli che facciamo in famiglia non mi aiutano a sufficienza”. “Mi rendo conto che tutto dipende da me ma quest’ansia che mi invade da alcuni mesi è più forte della mia volontà. Piango con estrema facilità, ho perso interesse per il nuoto, la piscina mi da la nausea, non posso sentire l’odore del cloro e mi stanca la sola idea di dovermi tuffare in acqua per i soliti, lunghi, interminabili allenamenti. La mattina non vorrei mai alzarmi dal letto ma l’allenatore mi aspetta alle 6:30 in piscina. La notte ho difficoltà ad addormentarmi, mi fa paura rimanere al buio da sola e, quando sono a letto, se do le spalle alla stanza, ho sempre la sensazione che qualcuno si possa avvicinare ed aggredirmi. Un fastidio che ho da parecchio tempo è una specie di crampo allo stomaco non appena mi stendo nel letto e che mi rende più difficile addormentarmi.”

La ragazza parla con scioltezza, si esprime in un buon italiano, si sente la padronanza della lingua e la sua buona educazione alle spalle. Laura elenca però i suoi disturbi con l’atteggiamento di chi ha la paura di dimenticarsi qualcosa e, nello stesso tempo, cerca di convincere chi ha di fronte. Parla così, ancora, dei suoi incubi notturni, delle crisi d’ansia al risveglio, degli episodi sonnambolici (fenomeno familiare, della propria claustrofobia.

“Dimmi senza riflettere 4 aggettivi che definiscano tua madre”. “Bella, intelligente, affettuosa, ansiosa”. La risposta è data con qualche esitazione ma nel complesso sembra essere sincera.

“Adesso definisci, ancora più velocemente, con 4 o 5 aggettivi, tuo padre”. “Autoritario, dittatore, affettuoso, incomprensivo”. Anche qui la risposta è data abbastanza velocemente e sembra del tutto spontanea.

Il padre, persona estremamente educata e corretta nel rapporto col terapeuta, accompagnerà la ragazza spesso in macchina per le sedute, alternandosi con il fidanzato e, meno frequentemente, con la madre. Il numero di sedute di terapia, autorizzate dalla federazione, in seguito a precisa richiesta del terapeuta, è abbastanza limitato, per cui il programma che ne deriva è di utilizzare la tecnica del T.A. (Training Autogeno) , come metodo, per aiutare l’atleta a superare le sue difficoltà. Infatti normalmente bastano 10 sedute per espletare al completo ed elaborare le formule della tecnica. Si inizia con il ritmo di due sedute settimanali per il primo mese della durata di circa 1h ciascuna, si eseguono le formule del T.A.: secondo il classico schema di Shultz e, nella seconda parte, si elabora il materiale emerso nella prima mezz’ora. Col passare dei giorni, si chiarisce meglio il disagio relazionale con l’allenatore visto come una figura paterna, autorevole, importante, da cui l’atleta dipende anche affettivamente. L’approvazione proveniente da questa figura ed il rinforza positivo del suo atteggiamento sembrano essenziali per la ragazza. Negli ultimi tempi, però, Laura ha la sensazione che l’allenatore si dedichi di più alle colleghe di squadra che a lei e che, comunque, la segua con minor attenzione e comprensione del solito. Tutto questo facilita la sua tendenza a deprimersi ed a scoraggiarsi e ad avere sempre minor fiducia in sé stessa.

Emerge così, sempre più chiaramente, il quadro di una diciottenne ossessionata da responsabilità scolastiche che si intrecciano con gli impegni sportivi anch’essi vissuti in modo oppressivo, vincolante e limitante. Laura si sente obbligata a non trascurare la scuola, a riuscire nello sport, desidera vivere il rapporto affettivo con il suo  fidanzato ed anche gli aspetti – che l’attirano di una normale vita per una diciottenne. In effetti, la giornata di Laura viene trascorsa in un ritmo incalzante di appuntamenti, di impegni e di rincorse continue dietro le lancette di un orologio che sembra essere oggetto persecutorio, freddo ed implacabile. Proseguendo nella terapia, Laura riferisce, mano a mano che passano i giorni, di sentirsi meno ansiosa, più rilassata, più disponibile a comprendere il suo rapporto con l’allenatore e a sopportare gli aspetti negativi della sua vita familiare. Emergono i contrasti con la madre vissuta anche in modo competitivo e si rivelano anche quelli con i fratelli. Si arriva così alla quarta formula del T.A. dove si inserisce una formula aggiuntiva. la decisione presa di utilizzare questo metodo è dovuta al fatto che Laura soffre di una difficoltà respiratoria stagionale esprimentesi con un’allergia. questa tecnica si utilizza chiedendo agli stessi pazienti quale messaggio preferiscono porgere a sé stessi, per migliorare il proprio rendimento, rispetto ad una delle funzioni che si riferiscono alle formule originarie. I messaggi è bene che siano brevi, concisi e densi di significato semantico ed emotivo. E’ importante insistere con il paziente affinché egli stesso possa creare da solo la formula più adatta al proprio stato: questo al fine di mantenere il più autonomo ed autogestito possibile il processo autogenico. Per Laura la finalità fu di rinforzare la propria fiducia in sé stessa e di metterla in condizioni di poter vincere il timore della stanchezza che caratterizzava gli ultimi metri di gara.

L’esercizio mirava altresì a decondizionarla dalla dispnea che le impediva una efficace ossigenazione negli ultimi metri della vasca. “Il mio respiro è pieno e mi riempie di energia“. Questa fu la formula che utilizzò Laura e che le consentì di riprendere un contatto più accettabile con la sua routine quotidiana e di superare anche, sebbene non omologabile per motivi tecnici, il primato italiano della sua specialità. Le paure diminuirono mentre il sonno riprendeva un ritmo più naturale. L’ansia pre-agonistica ebbe una notevole riduzione e così pure tutto il corteo sintomatologico denunziato agli inizi.

Le considerazioni che si possono fare ai margini di questo intervento terapeutico sono che, anche con scarse possibilità operative, come nel caso descritto, si possono raggiungere discreti risultati in funzione di:

  1. la strutturazione di un programma che tenga conto dei limiti di tempo;
  2. l’uso di una tecnica appropriata ed adattata al caso. Il T.A. nella fattispecie, fu il “gancio” tecnico che consentì il risultato descritto.