Caso di Rosa (pattinatrice) – Blocco emotivo e depressione

//Caso di Rosa (pattinatrice) – Blocco emotivo e depressione
pattini arotelle

L’atleta in questione pratica  il pattinaggio artistico a rotelle a livello nazionale e chiede un intervento per una serie di problemi che riguardano il suo rapporto con la madre.

Al momento dell’incontro esiste una situazione a sfondo depressivo, di svalutazione di sè e di sfiducia nei propri mezzi. il quadro si può anche rapportare alla sindrome della nikefobia oltre che ad una disincentivazione affettiva generale. il rapporto competitivo-dipendente con la madre è il nucleo centrale del problema. una madre iperattiva, iperfunzionante, piena di interessi è una figura contro la quale è difficile competere, soprattutto se lancia messaggi che vengono tradotti  e percepiti come giudizi morali. Questa figura di donna matura con la quale l’atleta ha dovuto misurarsi, oltreché assumere come modello, diviene così il punto di riferimento – nel particolare momento di vita di Rosa – di ogni pensiero, azione, confronto.

Ne deriva che rivaleggiare in gara con altre figure femminili importanti, le fa vivere in modo inconsapevole il rivaleggiare con la figura materna: la conclusione è la difficoltà ad esprimersi al meglio nella determinazione e nelle potenzialità energetiche e tecniche fondamentali. “Non posso”, “non sono più capace”, “ho perso la concentrazione”, “non mi riesce di…”, sono le frasi che ritmano la descrizione di una sensazione di inadeguatezza competitiva sia a livello sportivo che  a livello esistenziale. Nell’esame del suo porsi con il corpo nello spazio affiorano diverse difficoltà imprevedibili. le sue gambe armoniose e forti, in effetti non sono capaci di mantenerla in equilibrio stabile nelle varie figure propostele. i vari movimenti del capo coordinati con atteggiamenti spaziali differenti, non le consentono di mantenere l’equilibrio necessario. E’ come se ci fosse, in sostanza, una dissociazione tra la forza fisica, che emana la sua figura, e la capacità di utilizzare in modo coerente e prevedibile questa stessa energia. Si tratta, dunque di proivare a restituire armonia alle sue potenzialità psico-fisiche e di farle recuperare maggiore fiducia in sé stessa, facilitando la fuoriuscita di una più concreta determinazione agonistica. la ricerca, quindi, si orienta sull’analisi dei “perché“.

Rosa è una ragazza piena di vita ed apparentemente sessualmente disinibita ma, un attento esame clinico della postura corporea, conferma quanto il colloquio aveva lasciato supporre. il bacino, infatti, stante la ragazza in piedi con le ginocchia semiflesse ed i piedi paralleli dinanzi all’osservatore, è esageratamente ritratto indietro, mentre, rispetto all’asse centrale del corpo, il petto è sproporzionatamente spinto in avanti. il linguaggio di quel corpo è: mi offro, desidero offrirmi ma… non posso. Molto spesso, per controbilanciare l’atteggiamento fondamentale espresso dal corpo, la proposta relazionale è seduttiva e aperta alla vita sessuale senza però esserci un completo e soddisfacente corrispettivo affettivo: manca, cioè, una connessione naturale tra cuore, sentimenti e sessualità come genialità. Il problema di fondo, quindi, sembra essere una totale accettazione del Sè femminile.

Quanto detto sopra, rapportato alle problematiche sportive di rosa, dà significanza alla carenza di energia, alle difficoltà di equilibrio, alla disincentivazione emotiva ed alla insufficiente competitività. il giudizio del pubblico e quello del suo io-ideale sul suo io-reale, che si muove spinto dalla musica sulla pista, il giudizio dei giudici ed il senso di inferiorità che l’accompagna nello scontro immaginario con l’atleta migliore – sempre presente nella fantasia come oggetto paragone e di confronto continuo durante tutta l’esibizione ma, nel contempo, stimolo a meglio, più delicatamente, più compiutamente esprimersi -sono le condizioni che infirmano la sua prestazione. La situazione di gara diviene un tribunale, per lei, in cui entra con una sola ma pressoché vana speranza: uscirne assolta. La pista diviene l’arena nella quale affrontare, impotente ed inadeguata, la campionessa di turno – vincente – ovverosia la figura – sempre vincente- della madre.

La verifica dell’esattezza di queste interpretazioni sta nell’analisi del “senso di impotenza”: stessa percezione corporea di astenia, svuotamento motivazionale, percezione di “tanto non c’è niente da fare“, sia nelle situazioni di rivalità e scontro con la madre, sia nel vissuto di gara. senso di impotenza, d’altronde, percepito in tal modo soltanto nelle situazioni di competitività e non altrimenti. tutto questo corrisponde ad un blocco energetico di cui noi percepiamo la risultante sotto forma di sintomi fisici, quali l’astenia e la superficializzazione respiratoria, o psichici, quali la disincentivazione affettiva. Al fine di destrutturare questo blocco, il terapeuta – espresso il proprio parere su quanto avviene in lei e chiaritole quello che intende fare per aiutarla a venire fuori da questa situazione -le domanda: “Se sei d’accordo, sdraiati sul materassino, piega le ginocchia e respira profondamente, seguendo il tuo ritmo naturale, mobilizzando il più possibile il ventre, come se l’aria dovesse riempirlo tutto”. Rosa esegue, e per un po’ di tempo il suo corpo è coinvolto in una serie di lunghi, profondi atti respiratori. “Sento un leggero tremolio, una specie di vibrazione un po’ dappertutto”, dice Rosa. “Bene -dice il terapeuta – se non ti dà fastidio e puoi continuare, vai avanti”. “La vibrazione aumenta”, mormora Rosa dopo un po’ e c’è un leggero sottofondo d’ansia  nella sua comunicazione. Dopo qualche minuto: “sento qualcosa nel ventre, come se ci fosse una specie di movimento”. Un attimo dopo sbarra gli occhi, con una espressione di paura nel viso, e ferma il respiro. “Che succede?”, chiede il terapeuta. Rosa tace e lo guarda preoccupata. “C’è qualcosa che non va?”, insiste il terapeuta dopo un po’. “Si… ho un po’ di paura”. Il torace è pressoché immobile ed il respiro è appena percettibile. Il corpo di rosa si è irrigidito. E’ avvenuto quanto era prevedibile accadesse. Entrare in contatto con le sue percezioni corporee e, soprattutto, percepire un movimento energetico nel ventre – contenitore della sua sessualità – ha riacceso in lei la difficoltà di autoaccettazione ed identificazione con la propria femminilità.

Al fine di venir fuori dallo stato emotivo della paura e dal blocco tensione-rigidità corporea, il terapeuta dice: “Se è possibile comincia a colpire alternativamente, con le gambe, il materassino, respirando con la bocca e rumorosamente”. Lentamente Rosa inizia il movimento delle gambe aumentandolo progressivamente di forza. Dopo un po’ il suo petto si solleva in un movimento ritmico e pieno. “Adesso, espirando, vocalizza alta e forte la lettera A“, le propone il terapeuta. la voce della ragazza riempie la stanza con una progressivamente forte e squillante. Le sue gambe, intanto, continuano a colpire con determinazione il materasso. “Adesso strilla a voce alta la parola ‘basta‘, dice il terapeuta. Qualche attimo di silenzio mentre continua ad incalzare il movimento poi risuona un ‘basta‘ strozzato, roco, sommesso nella stanza. “Più forte” sollecita il terapeuta. Sebbene a fatica, il ‘basta‘ diviene ancora più energico, finché non diventa un urlo alto e lungo. Rosa continua a strillare ed a colpire con le gambe finché non si ferma sfinita e giace immobile con una leggera sudorazione cutanea. Il terapeuta aspetta che il suo sorriso affannoso si regolarizzi e poi le chiede: “Come va?, c’è qualcosa da dire?”. L’atleta lo guarda con gli occhi vivi, brillanti, pieni di calore. “Si, mi sento meglio, anzi, mi sento bene”. “Bene”, commenta il terapeuta. “mi è sembrato di aver dovuto superare una specie di sacco che mi conteneva – spiega Rosa – la voce prima non riusciva ad uscire, era come se dovesse superare una strettoia nella gola. Poi però il tappo è come saltato, ed ho sentito una sorta di rabbia invadermi tutta e  voglia di colpire ed urlare fino allo sfinimento”.

Questo è infatti il metodo più efficace per aiutare le persone in qualche modo bloccate o coinvolte in una situazione emotiva di paura, a venire fuori: passare cioè dalla paura alla rabbia.

Ma il processo non era terminata, poiché se era vero che per rosa era importante divenire consapevole della propria capacità di esprimere aggressività, era altresì importante imparare ad accettare la propria femminilità ed identificarsi, quindi, in una figura sessuale. A tal fine, dopo un po’, il terapeuta propone a rosa: “Ritorna a flettere le ginocchia piantando saldamente i piedi sul materassino e avvicina lentamente centimetro per centimetro le gambe tra di loro, riallontanandole, poi, senza spostare i piedi. E’ importante che continui a respirare profondamente, se ti riesce, sempre nella pancia”. Inizia così questo lento movimento che, dopo un paio di minuti, si esprime con una vibrazione lateralizzata e sussultoria delle gambe. Il movimento si accentua, divenendo sempre più evidente la componente clonica. Rosa continua l’esercizio: “E’ piacevole – dice ad un certo punto – mi sembra di sentire una specie di sollecito nelle cosce e nel ventre. Non mi dà fastidio”. “Bene – dice il terapeuta – vai allora avanti finché ti piace e ne hai voglia”.

Passa così del tempo finché Rosa non si ferma spontaneamente dicendo: “Basta, adesso sono stanca”. “avresti continuato ancora?” chiede il terapeuta. “Sì, è una sensazione piacevole ma mi sfinisce”. “Penso che tu avresti vantaggio a ripetere questi esercizi per conto tuo a casa” dice il terapeuta. “Sì, penso anch’io che mi aiuterebbe molto rivivere quello che ho provato prima sentendomi piena di rabbia, e provare anche il piacere di poterla sfogare”. “Certamente – commenta il terapeuta – è un’esperienza importante”.

Il viso, l’espressione, tutto il corpo di Rosa emanano una sensazione di leggerezza e piacevole scioltezza. L’energia vitale sembra essersi messa liberamente in moto in lei ravvivandole il colorito e la luce degli occhi, mentre il suo corpo si muove  con quella grazia e quella scioltezza che devono essere le sue prerogative di un tempo. Questa seduta, emblematicamente significativa, concede di identificare una linea programmatica terapeutica al fine di aiutare Rosa a superare l’empasse depressiva ed a risolvere i suoi problemi con l’aggressività e la propria femminilità.