Disturbi del comportamento alimentare: anoressia e bulimia

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anoressia e bulimia

La problematica anoressica-bulimica è la risultante di un contatto insufficiente, assente, inadeguato.Per contatto non si intende solo il toccare cute-cute, il guardare occhi-occhi, il parlare e riempire il mondo di suoni e pensieri tradotti in suoni, ma anche l’intimità affettiva.

Non esiste il rapporto caldo,tenero, l’emozione sentita, la profonda partecipazione, la premura affettuosa tra madre e figlia anoressica. Esiste una convivenza più o meno partecipata, uno scambio ed una elaborazione di notizie, dati ragionamenti e progetti. Da parte della madre, che ingenuamente  e puerilmente viene a volte individuata come capro espiatorio della malattia della figlia, emergono, a volte, risentimenti, delusione, rivendicazione e rabbia verso una adolescente che non sa apprezzare i propri sforzi, non sa capire i propri sacrifici, non sa essere grata. spesso sembra che il ruolo genitoriale debba assumerlo l’anoressica. in particolare l’aspetto caratteriale più significativo della madre dell’anoressica è rappresentato da un senso di compassione, commiserazione, fondamentalmente distacco emotivo, verso questa figlia così diversa, così incomprensibilmente incapace di vivere in modo sano i suoi rapporti con il cibo, con la realtà, con la famiglia. Commissione, commiserazione, senso di pena per questa persona diversa sa sé. Frequentemente, interloquendo con la madre, non si riesce a ricevere il messaggio “materno”: “È mia figlia, partorita da me, nutrita con il mio latte ed il mio seno.” In alcuni casi l’atteggiamento di questa “madre incompresa e rivendicativa” sembra essere: “Se tu sei così, se tu fai così, io ti rimprovero per questo, io soffro per questo e allora me ne vado, mi disinteresso e te la farò pagare“. Il gioco sembra quindi essere: “Tu fai questo a me ed io reagisco a te“; altre volte prevale una sopportazione simil-stoica, rassegnata ed anemotiva: “È così e non c’è niente da fare“.

Fondamentalmente non c’è contatto, intimità, comunicazione, partecipazione, sofferenza insieme, speranza e fiducia insieme. L’inizio della problematica anoressica si può far risalire nella esperienza del lattante che riceve un latte “cattivo”, offerto con freddezza, distacco emotivo, mancanza di calore ed amore. L’anoressica, a volte, è una figlia non desiderata, un “incidente di percorso”, un avvenimento improvviso che disturba una vita progettata in modo diverso. Il lattante percepisce tutto questo e, a volte, sperimenta l’apporto alimentare addirittura forzato, insistente ed insoddisfacente.

Frequentemente il dato culturale che spinge all’insistenza è la convinzione che l’amore consista nel preoccuparsi che il bambino mangi: anche per forza. Il cibo diviene così anche oggetto di transazione  e mediazione di una relazione formale, non di affetto reale. questo tipo di esperienza può divenire il presupposto attraverso il quale l’adolescente utilizza l’atteggiamento verso il cibo come strumento rivendicativo e ricattatorio nei confronti della madre e della famiglia. il corpo diviene così il luogo estraneo dove si compie una battaglia tra il pensiero e l’emozione: la fisicità è la prima vittima. Fisicità  stravolta nella sua percezione, nella sua integrità, nella sua importanza e dignità. L’Io diviene sempre più ossessivamente rivendicativo ed aggressivo: verso sé stesso e verso il mondo che deve essere punito. L’energia rivendicativa viene sostenuta dalla rigidità caratteriale che nega la sessualità e l’amore, grazie all’assenza-inconsistenza della figura paterna (Edipo irrisolto).

Il meccanismo compensatorio dei bambini alla sensazione di incapacità, inadeguatezza, frustrazione, paura di essere annullato  e percezione intima di essere deficitario è l’onnipotenza. Nella vita dell’anoressica adulta permane, quindi, la tensione a soddisfare aspettative irrealizzabili. L’illusione é: “Se divento magra sarò più bella ed amata“; in realtà, il meccanismo alla base è: “Ti obbligherò ad occuparti di me!“.

Per quanto riguarda la problematica della bulimia, la dinamica sembra essere data dall’esperienza del lattante, che identifica nel latte e nel contatto, la referenza fondamentale della vita. Ogni carenza, ogni frustrazione esistenziale, ogni vuoto affettivo, ogni dolore ed abbandono o lutto, esigono la gratificazione nel ritorno dell’esperienza primaria ad introiettare il latte buono che garantisce anche contatto, calore, rassicurazione: quindi amore. Nella bulimica, come nell’anoressica, sembra che il cibo torni ad acquistare un valore fondamentale come illusoria garanzia di soddisfazione per la prima, oggetto di contrattazione d’affetto, per la seconda. in particolare, per la bulimica, l’ingorda ed esagerata introduzione di cibo porta alla presa di coscienza del “Troppo, fa male, è inutile“. La fase successiva è il progetto di regolamentare il danno di introduzione eccessiva di cibo: il sovrappeso e l’obesità. La fase ancora successiva è la presa di coscienza che non si può e non si riesce a rispettare il progetto riferito alla regolamentazione dietetica. Insorge quindi il senso di colpa rispetto al “Dovrei essere capace, dovrei essere buona ed obbediente nel rispettare i canoni che mamma, i familiari, il medico mi propongono“.

Il senso di fallimento, di incapacità e di frustrazione successivi alla crisi bulimica portano alla depressione, che rappresenta il filo conduttore affettivo, poiché si lega al dolore ed alla frustrazione di una esperienza che può rappresentare con il: “Mamma per me non c’è“. Questo come conclusione depressiva che però è anche la genesi del medesimo processo depressivo. Triste constatazione che aiuta a comprendere il senso di solitudine, freddo esistenziale, depressione mortifera e percezione soggettiva che non c’è alcuna possibilità di cambiamento.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)