La consistenza dell’Io

//La consistenza dell’Io
energia

L’antidoto al blocco infantile è la fiducia dell'”Io sono adulto”, ma la fiducia si acquisisce  con l’allenamento a percepirsi: più ci si sente, più si “consiste”. La ricerca del sentire, nel “qui ed ora”, va fatta incarnando lo spirito dell’esploratore e, se il meccanismo che si blocca è sempre lo stesso, bisogna coscientizzare che la propulsività dell’energia per liberarci dal blocco deve essere pari all’ossessività dell’energia che ci ha inchiodato.

Il nucleo della ricerca dei sentimenti nascosti e misconosciuti è sintonico con la ricerca del nostro corpo, cioè nel cercare le tensioni, corrispettive dei sentimenti, nei muscoli del respiro, del collo, delle spalle, del bacino, degli occhi, ecc.; funzionali, dette tensioni, al non sentire il dolore o il piacere; la tensione, cioè, è al tempo stesso depositaria e mimetica del sentimento negato. Si evidenzia così, l’importanza del controllo tensiogeno dei sentimenti, rappresentato dalle masse muscolari.

La funzione del controllo è quella di negarci la supposta debolezza, fragilità o temuta pericolosità e di dimostrare di essere bravi, gradevoli, positivi, per giustificare la nostra esistenza, poiché il controllo apparentemente e illusoriamente cancella la negatività. La tensione di fondo è “Devo convincere mamma e papà”. L’antidoto è il contatto con la nostra realtà interna, la risonanza con noi stessi e l’essere sintonici con ciò che proviamo. Il sentimento della rabbia nell’adulto, per esempio, va sentito pieno, non come lo sente il bambino preoccupato delle reazioni di mamma e papà, controllato e volutamente negato. Non c’è consistenza, altrimenti, non c’è realtà e quindi il messaggio non arriva nella pienezza della motivazione e potenza, ma piuttosto diluito in un atteggiamento di microconflittualità ed ostilità permanenti che sostituiscono il vero sentimento pieno. Il tutto non soddisfa, non finisce lì.

L’adulto deve riconoscere che il freno tirato a mano permanentemente, nelle relazioni con gli altri, è la paura che si viveva da bambino nei confronti dei propri genitori, quando temeva di essere rimproverato e punito per le proprie manifestazioni spontanee e naturali.

L’identità adulta è, quindi, l’antidoto al copione fallimentare registrato nell’infanzia. Che cos’è l’identità se non il riconoscimento, la coscientizzazione e la strutturazione di un ‘”Io”? Il processo che conduce alla formazione di un “Io”, che funga da scoglio su cui si infrangono le onde delle invasioni del mondo esterno, delle sue manipolazioni, delle sue aggressioni, esige allenamento. Nell’esercitare il senso di identità si parte dal sentire la propria voce che pronuncia “Io”, per poi sentire l’appoggio dei piedi alla terra ed il movimento del bacino e delle gambe, fino a sentire in ogni muscolo ed in ogni viscere il sentimento dell’ “Io”. La vibrazione della parola “Io” dà consistenza e compattezza all’esperienza emotiva attuale, poiché è il mezzo per creare il “Ponte” con la vita adulta.

Si parte dal riconoscimento dell’io bambino spaventato, arrabbiato, geloso di mamma, inadeguato, sognante e passivo, per sintetizzare, nella parola “Io”, la nostra storia, le nostre radici, in modo fermo, con pilastri chiari del fotogramma della nostra vita, che la nostra memoria, sollecitata dal suono assolutamente unico ed eccezionale della parola emessa rivive. Sintetizzare, cioè, la nostra realtà, la nostra verità, anche se appare triste e squallida: prima delle aggettivazioni qualitative l’ “Io” riconosce il diritto all’Esistenza. La nostra debolezza non va più mascherata: prima di essere presunta debolezza è verità! Il nostro bisogno non va più negato: non è debolezza ma è umanità! Il senso di identità parte, quindi, dal riconoscimento che “siamo quello che siamo”, cioè dalla parola “Io”.

Questa verbalizzazione ha la connotazione della vibrazione energetica poiché la parola “Io” è identificativa, può portarci alla identificazione totale, cellula per cellula, segmento per segmento, muscolo per muscolo. infatti noi abbiamo esperienza di noi grazie ad un suono. Questo suono, con il crescere della nostra esperienza di neonato, prima infanzia, seconda infanzia, terza infanzia, adolescenza, si arricchisce sempre più di significati e di potere energetico nel quale ci identifichiamo. “Io” diventa “il mio occhio”, “il mio naso”, “la mia paura”, fino ad evocare in noi la paura che può viversi il feto, poiché acquisisce una valenza di identificazione ed una energia totali. È impossibile, infatti identificare il feto/neonato se non tramite l’evocazione dei potenziali energetici che confluiscono tutti, in un certo momento, in un imbuto unico: la vibrazione della parola “Io”, “Sono” , “Esisto”, pensiero, strillo movimento, freddo, contatto, ecc. Esso s espande: l'”Io” della cellula si identifica nell'”Io” del mitocondrio, nell'”io” dei geni, nell'”Io” della membrana che circonda le cellule e che determina  il contenimento citoplasmatico; l'”io” delle cellule si identifica nell’assemblaggio delle cellule di uno stesso tipo, di una stessa qualità, fino ad identificarsi in gruppi di muscoli, gruppi di nevi e ad identificarsi in un feto.

La parola “Io” ci consente di identificarci nella vibrazione della memoria, nella attivazione della memoria che ci consente di vivere simultaneamente la consapevolezza corporea, l’attenzione alla respirazione ed al suono della parola. La parola “io” è alla base di qualunque premessa, discorso od azione: “io penso, Io decido, Io voglio, Io posso, Io sogno”. La parola “Io”, per noi è un’esigenza di identificazione di noi stessi  nel mondo, dinnanzi alla gente: di separazione dagli altri. Più è grande l’esperienza della parola “Io”, del suono, della vibrazione, del riconoscerci in questo pronome, più diventa solida e compatta la nostra percezione di noi stessi, la nostra capacità di identificarci nel suono, nel respiro, nelle tensioni e la nostra capacità di autorizzarci ad esprimere con il corpo il sentimento che l'”Io” ci genera.

L’espressione è coerente con la quantità di energia che noi impariamo ad unire alla parola “Io”: se noi diciamo “Io” sommessamente, se diciamo “Io” a voce netta e chiara, se diciamo “Io” urlando, oppure lo scriviamo, l’energia differente evoca strati differenti di memoria di noi. L’allenamento con la parola “Io” è fondamentale tutti i giorni: se ci sentiamo depressi, se ci sentiamo stanchi, se ci sentiamo addolorati o arrabbiati è fondamentale che ci ri-identifichiamo nella parola “Io: “Io esisto”, “Io ci sono”.

Possiamo allenarci in piedi, camminando, sbattendo i piedi a terra, muovendo le braccia, quello che conta è che sperimentiamo tutte le nostre capacità di sentire “Io” in tutti i modi: con il corpo, con la voce, con i ricordi. I ricordi sono legati ad una fase di vita il cui riferimento è il contatto. Il feto, in un utero freddo e teso, è privo di contatto positivo. Il neonato, per tutto il primo anno di vita, può mancare di contatto positivo. il contatto non  è solo verbalizzazione e la cerebralizzazione di un concetto, di un’idea: il contatto è una comunicazione di emozioni, di energie positive/negative. La parola “Io” ed “Io esisto” è una provocazione, un gancio per entrare in contatto con il problema esistenziale-caratteriale. La “provocazione” e la vibrazione sonora della parola “Io” hanno un potere evocativo infinito, cosmico: possono così emergere le carenze esistenziali.

Se una cellula  è carente di nutrimento energetico e noi siamo capaci di evocare la vibrazione che mette in condizioni la cellula di contattare la coscientizzazione della carenza di nutrimento, abbiamo la possibilità di rimarginare la ferita da deprivazione. Ciò che conta, in terapia, è la giusta provocazione attraverso il canale adatto ad arrivare alla radice del problema. Non verranno mai riempiti i vuoti esistenziali originari, ma ci sarà la possibilità di sperimentare, grazie alle provocazioni terapeutiche, il ritorno alle origini, riviverne il dramma e verificare il dato di realtà attuale: “Sono sopravvissuto”, “Sono qui, vivo”. L’antidoto condiste nel valorizzare il  positivo di “oggi” a livello emotivo.

L’arma vincente, nella vita, è l’attitudine e l’allenamento ad essere radicati nella nostra parte adulta.

È fondamentale, pertanto, elasticizzare il confronto continuo tra il nostro “Io bambino” ed “Io adulto”, per renderci conto di dove siamo rimasti  bloccati e come ci possiamo muovere oggi. Bisogna quindi smascherare e smantellare continuamente il condizionamento infantile (rappresentato dai sentimenti infantili) che ci impedisce di sentire piacere, amore e di essere sereni e sintonici con i nostri bisogni e soddisfazioni adulte. Paradossalmente dovremmo dare uno stipendio ( come espressione di ringraziamento) a coloro che continuamente, con i loro comportamenti, ci aiutano a divenire consapevoli della nostra passività, delle nostre frustrazioni, delle nostre aspettative mancate e ci provocano e ci stimolano comportamenti reattivi.

La vita, infatti, rappresenta anche una provocazione continua: saperla valorizzare ed utilizzarla come propellente energetico per sopravvivere, o migliorare la qualità stessa della vita, è un’occasione unica a qualunque età, in qualunque fascia sociale, in qualunque condizione di vita.

Le relazioni, che ci paralizzano per le nostre paure, devono essere uno stimolo ad esorcizzarle nella direzione di sperimentare, per tentativi ed errori, la libertà di sentire e di esprimere. Questa rappresenta, secondo noi, e non solo secondo noi, la strada per diventare caratteri “Liberi“.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)