La negazione della realtà

//La negazione della realtà
due cervelli

Le aggressioni alla nostra sana energia infantile, quindi, disturbano la nostra vita adulta, ma difficilmente riconosciamo l’origine dei nostri sentimenti.

Le forze in gioco agiscono, infatti, in primis, a livello emozionale: in una colluttazione, cioè, tra ciò che  sentiamo e ciò che, per paura, ci impediamo di sentire. La colluttazione è interna, non è manifestata all’esterno.

La crisi di panico, per esempio, può essere espressione di paura frequentemente mascherata, dovuta alla nostra incapacità di metterla in relazione all’esperienza di vita, la quale viene forgiata ed è alla base del nostro carattere.

Ci vuole lucidità e coraggio per ammettere, ad esempio: “Le liti furibonde fra mio padre e mia made, alle quali assistevo quando ero bambino, mi terrorizzavano e mi paralizzavano”. Questo è il seme di un’angoscia continuativa, asfissiante ed assillante che produce mancanza di stabilità emotiva e mancanza, soprattutto di sicurezze. Questa pianta esce dentro di noi, ma la isoliamo nell’angolo remoto della memoria, poiché non la vogliamo vedere, né riconoscere, né ammettere: ne sottovalutiamo l’importanza.

C’è quindi la genesi e la negazione della genesi.

Oggi  molte relazioni umane, specialmente nell’ambito famigliare e nelle coppie, sono disturbate per l’ingenuità di bypassare e negare i sentimenti profondi (amore, rabbia, aura, ecc. ). Infatti la fuga in un sentimento alternativo, più superficiale e meno intenso, si esprime in comportamenti come l’evitare l’altro, l’ironia, la sdrammatizzazione e lo scherzo e permette lo splitting da energie emozionali molto forti e difficili da sopportare ed ammettere (è umiliante riconoscere il dolore, la paura e la rabbia, che rappresentano, sommo equivoco, l’equivalente di una dichiarata debolezza che il nostro orgoglio narcisista difficilmente ci consente).

E’ molto frequente il meccanismo di sfruttamento dello sfogo rabbioso per non sentire e vivere il dolore, l’angoscia o la paura sottostanti. si esterna solo rabbia reattiva ed accuse infinite “Sei stato tu a….”; “E’ colpa tua se….”. Anche questo meccanismo riconosce la sua genesi nell’infanzia: un bambino che vive l’esperienza della negazione, del rifiuto e del distacco affettivo materno/paterno, sperimenta l’angoscia abissale della solitudine in  un mondo sconosciuto e la paura di essere aggredito e distrutto. La struttura, quindi, del’Io, fino ad allora costruita, viene così, talmente scossa e destabilizzata nel timore della frammentazione, da far sperimentare l’indefinibile sentimento della dissoluzione nel nulla e rischiare la fuga nella pazzia.

Lo stato emozionale è insopportabile e frequentemente il bambino trova la soluzione all’angoscia di morte, nella fuga, in un’esplosione di rabbia incontenibile. La reazione del mondo esterno  gli consente di vivere un contatto e la rassicurazione che qualcuno lo considera, lo riconosce, lo prende sul serio e gli offre la possibilità del contenimento, che è presenza. E’ il bambino arrabbiato, quindi, che si nega il dolore per non subire la sofferenza. Si irrigidisce difronte al genitore che infierisce, rimprovera, punisce e così, fissando il padre e la madre, dice a sé steso: “Sei cattivo, non ti darò mai la soddisfazione di vedermi piangere”. da bambini abbiamo imparato a sfuggire anche la tristezza, oltre che il dolore.

Quando da adulti ci sentiamo depressi, per giustificare i nostri comportamenti accusiamo gli altri: “Non mi accontentavi mai, non mi volevi bene; io potevo essere felice,ma per colpa tua (mamma), sono triste e infelice; povero me”.

Questo lo poteva pensare il bambino, che sopravvive ed opera in noi, non l’adulto attuale che dovrebbe vivere una relazione matura.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)