La responsabilità

//La responsabilità
responsabilità

Il vittimismo che consiste nella definizione “Gli altri sono cattivi, solo io sono buono; gli altri ce l’hanno con me; sono sempre sfortunato; perché capita tutto a me?”, è un copione fallimentare, perché l’adulto ha il dovere di difendere i suoi diritti, di assumersi le sue responsabilità e di non trasformare, attraverso al lente deformante della sfortuna e del destino avverso, ogni avvenimento della vita in una sorta di fatalismo depressivo e immutabile.

il copione fallimentare consiste, inoltre, nel non riconoscere il vuoto energetico che ci impedisce di affermarci, di chiedere e di pretendere. È errato, inoltre, opporre a questo vuoto , la pretesa infantile di essere superiori rispetto all’eventuale oggetto di contesa (l’amore di mamma), cioè l’alibi per rimanere impantanati e passivi (“Non ho bisogno di te“).

Quando ci vogliamo far convincere delle manipolazioni altrui, per paura di perdere il contatto con l’altro/a, la giustificazione che opponiamo, per affrancarci dall’esprimerci in modo assertivo ed aggressivo, è: “Lo fa per me“, mentre la realtà è: “Non ho il coraggio di smascherare la manipolazione . ho paura di offendere; ho paura di una controaggressione“.

Ciò che manca è il nostro coraggio e  la nostra chiarezza nel controaggredire chi ci manipola: ma come si smaschera la manipolazione, se siamo abituati, da sempre, a pensare che “mamma ha sempre ragione, mamma lo fa per il mio bene“?

Questo equivoco confonde il piano di realtà. L’equivoco consiste, cioè,  nell’identificare che “mamma” sia la portatrice di verità come l’aggressore manipolatore.Manca la distinzione dei ruoli e ala lucidità di separare l’oro dall’orpello. La paura che la nostra contestazione e la nostra ribellione alla manipolazione dei genitori possa farci perdere il loro amore, ci induce  a sottometterci, nell’illusione che solo così continueremo ad essere amati.

Questo  eterno inganno rappresenta lo stallo della nostra libertà personale. la nostra paura di essere rifiutati ed allontanati se non accettiamo anche apparentemente di buon grado, condizioni che sentiamo scomode e disagevoli, è piena di vissuto immaginifico, di paranoia. Manca il dato di realtà, nel senso che, frequentemente, alle nostre paure non corrispondono, nella  vita reale, le intenzioni aggressive degli altri.

Un’altra problematica, frequente e difficile da smantellare, è la nostra continua ricerca di un capro espiatorio. Per il bambino lo diventa il fratellino o i compagni di giochi, che sono “cattivi“, perché rompono gli oggetti al posto suo, o la mamma che non gli vuole bene o vuole più bene agli altri. Sono le gelosie, le rivalità e le invidie infantili che  fungono da florido pabulum per le fantasie aggressive, rivendicative e le tendenze proiettive delle personalità nevrotiche adulte.

Siamo noi che, da adulti, impostiamo male i rapporti sia consentendo di essere trattati come bambini sia reagendo da bambini. Siamo noi, quindi, che concediamo ed autorizziamo l’abitudine a pensarci “schiavi”. Siamo noi che confermiamo la nostra sudditanza psicologica al potere. Siamo noi che autorizziamo gli altri a non rispettarci.

Il risultato è il nostro lamentarci delle persone e delle situazioni, però accuse e rinfacciamenti ci costringono a giustificarci perennemente come dei bambini. È il bambino, infatti, che cerca giustificazioni logiche alle proprie rivendicazioni.

I problemi nascono nella nostra infanzia e consistono nel sentire il bisogno di un referente esistenziale esterno, nello spostare la possibilità di una nostra affermazione sulla autorizzazione che ci  proviene dagli altri: “Devo chiedere a mamma, è importante che mamma sia d’accordo con me… è importante che mamma sappia…”.

Anche la nostra abitudine a giustificarci nasce dal bambino che siamo stati. Il bambino che doveva sentirsi capito dall’adulto: “Guarda come sono bravo… vedi che faccio quello che dici tu…?”. Nella vita adulta, questa abitudine diventa un tribunale protestatatio permanente, di tipo reattivo, ma sterile ed incongruo poiché aggredisce a tutto campo la vita, le abitudini, le relazioni: “Tutto mi va male. È tutta colpa di…“. Non è cedendo per paura e giustificandoci, che ci garantiamo la vita, ma lottando e difendendo il nostro diritto: diritto di essere rispettati, con intelligenza, furbizia, convinzione, equilibrio.

La vera responsabilità dei nostri insuccessi quasi mai è di chi ci pone delle difficoltà, ma nostra, nel rimanere impantanati nelle stesse, senza riuscire ad emergerne.

La differenza tra il bambino suggestionato dalla mamma e l’adulto manipolato, è che l’adulto, quando si accorge della manipolazione, può rispondere con un: “Grazie, ma m sento spiazzato; non sono d’accordo; non mi sento a mio agio; c’è qualcosa che non mi convince“. Il bambino che alberga in noi, deve essere chiaramente illuminato, osservato nelle sue difficoltà esistenziali con “mamma e papà”.

Il processo comincia, nella vita adulta, con il riconoscimento della propria responsabilità. Deve diventare una formula che ci inchioda al nostro dovere, al nostro diritto, alla nostra difficoltà, al nostro bisogno, alla nostra speranza di cambiamento: diventare adulti.

I sentimenti, infatti, non hanno bisogno di spiegazioni, giustificazioni e dimostrazioni; esistono.

Io non voglio“, “Io ho paura“, “Io non mi fido“, ecc. hanno diritto di essere espressi; rappresentano la garanzia per la nostra coerenza ed attendibilità e la strada maestra per l’adultità.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)