La vita non è un’opzione – quinta parte

//La vita non è un’opzione – quinta parte
oppressione e protezione
Rapporto con i figli: oppressione o protezione? Di seguito viene presentata la trascrizione della terza parte di una delle relazioni presentate dal dottor Traetta presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli presieduto dal dottor Michele Rossena, dal titolo “La vita non è un’opzione: la vita è l’unica vera realtà”.

 

  • Signore: qual è il limite tra il naturale istinto di protezione verso un figlio e quella che può diventare oppressione?

La domanda è come faccio a distinguere, dentro di me, la mia paternità protettiva dalla mia paternità come potere? E’ semplice! La vuoi la risposta? E’ una sola il tuo amore di padre si deve continuamente confrontare con la tua paura di padre. Il tuo amore di padre e la tua paura di padre meritano un confronto con la persona più matura, di buonsenso che tu conosci e che non deve essere necessariamente né un medico, né uno psicologo, né uno psicoterapeuta, né un sacerdote né un guru, ma  anche un amico.

  • Signore: mi piacerebbe che potesse essere mio figlio. Io ogni tanto mi domando ma a me piacerebbe essere mio figlio? La risposta deve essere si se mi continuo a comportare in questa maniera.

Certo, è uno strumento valido. La domanda deve essere: io come mi troverei nei panni,  di mio figlio?Tutte le volte che io mi son messo nei panni delle mie figlie, son tutte femmine, la mia risposta è sempre stata “di più, papà”

  • Signore: io ho un grosso problema con le figlie femmine. Rabbrividisco all’idea di mia figlia che a 12, 13 anni voglia andare in una casa famiglia, come raccontava prima Pina delle figlie. Per me sarà difficilissimo, lo supererò ma sarà difficilissimo non preoccuparmi fino al punto di cercare di proteggerle o opprimerle

Proteggerle va bene, il problema è opprimerle. La mia domanda è come faccio a distinguere la protezione dall’oppressione?  Quando ti poni il dubbio nel distinguere tra la protezione e l’oppressione il giudice migliore è tua figlia. I figli sentono dove finisce la protezione: esce fuori così quella che si chiama identificazione proiettiva; cioè tu, praticamente, ti metti nei panni di tua figlia e per le tue ansie, le tue insicurezze, la tua debolezza, ti vivi situazioni che magari tua figlia non valorizza o supererebbe tranquillamente per i fatti suoi, ma è un problema fondamentalmente tuo, che può avere un corrispettivo nella realtà di tua figlia ma può anche non averlo. Nel caso che ce l’abbia, la prima cosa da fare, per te padre, è di ascoltare e valorizzare le valutazioni e i commenti di tua figlia e questi già possono avere un potere rassicurante, chiarificante e farti capire anche quanta intelligenza, maturità possa avere tua figlia proprio nel parlare dell’argomento che in te suscita ansia. Noi genitori frequentissimamente, pur animati da ottimi propositi, proiettiamo tanta ansia inutile, sui nostri figli, esagerata quindi un confronto coi propri figli è importante in questo senso. Moltissime volte ho prospettato situazioni pericolose per le mie figlie che mi hanno risposto con una chiarezza tale da impedire eventuali miei interventi.

  • Pina: ci vuole un dialogo aperto, preciso, chiaro. Per esempio mia figlia mi dice che sono ansiosa, troppo protettiva ma lo sono stata anche perché ho dovuto fare da padre e da madre. Mio marito non c’era mai. E’ una persona che non si preoccupa per niente. Io per il tipo di educazione che ho ricevuto, per il mio percorso di vita sono più apprensiva e ho dovuto assumermi la responsabilità dei miei figli fino in fondo e questo è stato vissuto da mia figlia come una cosa oppressiva e come una mancanza di stima nei suoi riguardi. Non è così, ho una profonda stima nei confronti dei miei figli ma questa cosa non sono riuscita a farla capire. Era solo un problema di protezione, di volere forse evitare ai miei figli delle cose che io avevo vissuto male.

Tu hai una formula che ti può aiutare: cara figlia, sarà la mia ansia, sarà il mio eccesso di protettività ma io penso questo e temo questo, tu che ne pensi?

  • Signora: il colloquio è importante. Lo so ho capito che serve chiarezza. Prima reagivo con molta rabbia, apprensione anche perché sentivo tutta la responsabilità

Sai perché? Te lo dico oggi e te lo ripeterò l’anno prossimo: ripetere fa bene. Il problema per te è che sulla spinta della tua ansia e insicurezza tu proietti su tua figlia delle decisioni, dei comportamenti che lei potrebbe avere, secondo una tua apprensione ma che non ha nemmeno cominciato ad avere o che può aver cominciato ad avere ma in modo talmente modesto ed equilibrato che potrebbe muoversi in direzioni completamente diverse da quelle che la tua ansia e la tua preoccupazione temono.

Questo meccanismo di proiezione spinto, nutrito, dall’ansia è un meccanismo che guasta l’80% dei rapporti tra genitori apprensivi (chissà che può succedere, chissà che può fare). I figli invece, hanno il loro equilibro, il loro senso del limite e del confine o comunque la loro ragionevolezza. Prima bisogna mettere alla prova la loro ragionevolezza, prima si tratta di verificare sul campo la loro disponibilità a parlare dell’argomento che ti preoccupa e vedere la soluzione, la risposta; poi, ma solo poi,  sei semmai autorizzata a continuare a nutrire la tua ansia e la tua paura. Prima però devi avere una verifica di realtà: è fondamentale. L’80% dei problemi tra genitori e figli è basata su questa dinamica proiettiva non chiarita.

  • Pina: per me è difficile trovare una modalità meno invadente per interagire. Alla fine riconosco che quando mia figlia mi dice tu mi fai sentire in colpa è vero; lo faccio

Per te la formula valida è dire: io ho paura che tu se “vai a ballare con quel ragazzo ti trovi male, a disagio perché temo  ti convinca a vivere situazioni non adatte, idonee…” “se non studi regolarmente finisci per essere bocciata” “io ho paura che…”. Esprimicon estrema chiarezza, lucidità e soprattutto in modo diretto la tua ansia.

  • Pina: lo faccio ma la risposta che mi da è” mi metti ansia, non mi devi dire questo”

Perché tu probabilmente da bambina l’hai invasa per cui adesso devi fare il discorso di fondo “adesso ti parlo d a adulta ad adulta” io continuo ad essere una persona ansiosa perché sono una capocciona e non vado in terapia da Tommaso Traetta a Roma (risata) però io ti parlo così e ti dico esattamente quello che penso e quello che temo, però rispondimi con onestà. La tua ansia, finché campi la proietterai sempre su tua figlia ma le devi dare consapevolmente la possibilità di rendersi conto che mamma si rende conto che ha ansia, mamma è consapevole che mi proietta addosso i suoi fantasmi: devo solo rassicurarla che è un problema che lei si vive esageratamente e che io penso in un’altra direzione, mi muovo con modalità diverse.

Ti parlo con meno ansia possibile ma ho il dovere di comunicarti come madre che secondo me tu corri questi pericoli.

  • Signora: io non mi sono mai opposta, mai ribellata, non avrei mai osato ribellarmi, ho vissuto tutta la mia vita così e pensavo “un domani lo farò, un domani sarò libera”. Speravo di realizzare i miei sogni. Adesso che ho fatto un lavoro su di me e mi sono trovata improvvisamente libera (non proprio all’ improvviso, è stato un lavoro faticoso), quei sogni sono svaniti. Come si fa a riacciuffare, a riprendersi i propri sogni perduti?

L’osservazione è profonda. Quando noi impegniamo tutta la nostra energia per rompere uno schema che ci asfissia tutta la nostra energia esige una costanza reale, concreta che non ci da molto tempo e molto spazio per sognare perché la realtà è così invadente, così imminente,  che io devo combatterla.– Se io  mi trovo di fronte a un cane arrabbiato, una tigre feroce, io sono talmente coinvolta dal difendermi da un aggressione che non ho tempo per pensare sarebbe bello se avessi un fucile….devo scappa’. Quindi non è che tu hai perso la tua capacità di sognare, di sperare in un domani diverso ti sei semplicemente concentrata con tutte le tue energie nel “qui ed ora” ad affrontare i problemi che la vita ti ha addossato ed hai dovuto utilizzare tutte le tue energie per stare coi piedi per terra. Appena questo gravame di ostacoli e difficoltà quotidiane comincerà ad essere più leggero, meno oppressivo, tu ritornerai in automatico a consentirti di vivere la tua vita interiore in termini di sogni di speranze, di poesie. Questa è una tua qualità che non c’è esperienza al mondo che può annullare: è un dono che tu hai.

Io nei peggiori momenti della mia vita, dovevo stringere i denti, ma molto, per continuare a sognare. La cosa curiosa è che io continuo a vedere la vita con gli occhi dei miei 30 anni e non dei miei 82, la progetto con le energie, la prevedo e la sogno con l’energia, con il cervello dei miei 30 anni. Pretendo di ricordare tutto della mia vita passata perché è il ponte per nutrire i miei sogni di domani: non c’è sogno se non c’è un ponte energetico che, dal passato, nutra la potenzialità del sogno.

Noi dobbiamo sognare, dobbiamo sperare, dobbiamo credere.

  • Signore: Carmela, tu hai vinto la battaglia più grande contro la malattia. Questa tua esperienza come si rapporta con tutto il resto. Non hai non dico azzerato ma perlomeno alleviato il passato
  • Carmela: si ma c’è una parte di me che vuole riprendere in mano quei sogni ma non ho ancora gli strumenti

Gli strumenti ce li hai tutti intatti dentro di te. Non devi acquisire niente di nuovo. Ci sono state come nella vita di molti di noi, delle pause, dei silenzi – diciamo silenzi metabolici – dovuti a ingerenze esterne, assestamenti interni, a condizioni che sfuggono  alla nostra capacità di capire le influenze esterne del mondo su di noi. Ci sono e dobbiamo ammettere che sono necessarie: dopo una faticata ti devi riposare. Quanto dura questo riposo? Quanto serve. Poi tutto rincomincia perché quello che noi abbiamo vissuto, le esperienze, i sogni, le illusioni sono un potenziale nostro. Quando noi scioccamente diciamo “quando avevo questa capacità, quando potevo”, siamo ingenui

  • Carmela: avevo una spinta ma ero frenata. Adesso che sono libera la spinta non vuole esplodere

Tommaso: sei ancora vittima del condizionamento della frenata

  • Signore: bisogna coniugare il verbo fare. A scuola i primi due verbi che insegnano sono “essere e avere”. Dovrebbero essere e fare, avere viene dopo il fare. Se a scuola insegnassero questo da piccoli si comincerebbe a “fare”

E’ un’osservazione giustissima: io dico sempre che l’”essere” deve “diventare”. L’essere deve trasformarsi in azione. L’azione consente di avere o rifiutare

  • Carmela: si è così, ora che ci penso, è così. C’è ma deve ancora uscire fuori

Io sento che mi farebbe bene andare a fare una passeggiata al mare. Non lo faccio, ma lo sento. Non lo faccio perché nella mia vita mi sono abituata a non soddisfare le mie esigenze primari e perché ho sempre pensato che gli altri sono più importanti di me. Qualche volta è un obbligo e allora, rispetto a questa fatalità della vita, pensiamo a cosa fa la hostess quando l’aereo sta per partire: vi insegna come utilizzare le maschere dell’ossigeno qualora ce ne fosse necessità, ma che vi dice? Prima mettetevi la maschera, poi aiutate il vicino a mettersela. Se non te la metti tu non puoi aiutare nessuno.

È una legge della vita!!!