La vita non è un’opzione – seconda parte

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senso di colpa derivato dal giudizio degli altri
La paura del giudizio e il senso di colpa. Di seguito viene presentata la trascrizione della seconda parte di una delle relazioni presentate dal dottor Traetta presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli presieduto dal dottor Michele Rossena, dal titolo “La vita non è un’opzione: la vita è l’unica vera realtà”.

La paranoia! Ero il campione della paranoia e lo sarò ancora adesso un po’… Para noe = Intorno alla verità, alla conoscenza.

Avevo paura che qualcuno mi giudicasse male, mi schifasse, mi rifiutasse. La paura di non essere accettato. Questa paura ci taglia le gambe, le mani, le braccia, la capoccia: ci taglia tutto e rimaniamo fermi, immobili, paralizzati dalla paura del giudizio altrui, dalla paura della figura. BASTA! E’ arrivato il momento che ciascuno di noi senta dentro di sé l’urlo BASTA!

  • Edoardo: la mia infanzia-adolescenza è stata proprio un disastro. Io sentivo con i miei, aldilà dei “si” e dei “no”, la dipendenza, non potevo essere libero, non avevo un mio sostegno

(Michele sollecita una definizione precisa: la tua infanzia è stata un disastro perché…?)

  • Edoardo: Mio padre mi distruggeva, mia madre mi possedeva e io ho sentito questa mancanza di libertà perché c’era questa dipendenza che non mi faceva essere autosufficiente. Le mie ribellioni interne non si sono mai concretizzate e io mi sentivo in loro balìa.

Purtroppo succede che il bambino sente che il muro di mamma e di papà o viceversa, invalicabile. Mentre tu descrivevi il tuo stato d’animo con tono spaventato, di bambino incapace di poter pensare di superare e affrontare questo ostacolo, io ricordo che intorno ai 10-11 anni vivevo questa stessa impotenza dicendomi: “aspettate che io diventi grande”. Mi davo questa speranza, una meta, un’illusione, un sogno.

Nella mia vita questo senso di impotenza e questo bisogno di delegare al futuro, di darmi il riscatto, io l’ho vissuto molto bene decidendo a 16 anni di praticare sport molto duri, molto violenti perché la mia illusione era “adesso sono debole, impotente” (e vivevo questa debolezza e impotenza a 360°, su tutto) “ma allenandomi a uno sport che stimola coraggio ed aggressività – che non usciva –  potrò affermarmi e difendermi meglio”. Questa era la mia speranza. Ovviamente così non è stato perché la mia libertà interiore è venuta fuori quando ho iniziato un percorso su di me, un discorso di consapevolezza di me, però mi concedevo questa speranza, questa libertà. Per chi non si è concesso questo il percorso è più duro.

  • Signore: ma non si tratta di volere o non volere ma di potere. Perché uno magari vuole pure ma non può.

Il bambino “io voglio essere libero da quella rompiballe di mia madre”. Volevo – non potevo ma, per fortuna c’era il “ma” e quel “ma” si concentrava tutto nella mia mente e nel proiettarmi nel futuro. Prigioniero senza sbarre: oggi non posso ma domani potrò, ci riuscirò. L’alternativa ce l’abbiamo sempre.

Le mie scelte sono state fatte sulla base anche delle mie capacità attuali. Qualche volta erano scelte superiori alle mie capacità, qualche volta inadeguate o inferiori, qualche volta per fortuna erano scelte adatte, ma per pura fortuna perché non avevo criteri, non avevo strumenti per capire, non mi rendevo conto. Perché tutto parte dal fatto che noi ci rendiamo conto.

Come fa un prigioniero a liberarsi della prigione? Il primo momento per un prigioniero di liberarsi dalla sua prigione è rendersi conto che è imprigionato, legato, imbrigliato. La consapevolezza che le mie gambe sono bloccate. Sennò io mi sento prigioniero ma non so cosa devo fare, come devo vivere, come posso liberarmi. Lo schiavo per liberarsi dalla schiavitù prima deve essere consapevole dello stato di schiavitù e da potersi ribellare ma prima devo averne la consapevolezza.

  • Edoardo: Io non ero libero, non sono stato libero però oggi sento di essere libero nella mente, entro i limiti: non vado oltre- L’anno scorso abbiamo parlato della libertà: non mi ricordo esattamente cosa lei ci aveva detto ma oggi mi sento libero.
  • Michele: tu sei anche emotivamente libero, non solo mentalmente. Ci hai messo 40 anni però sei libero
  • Signora: la libertà si paga a caro prezzo secondo me. Non è una cosa che si ha gratis. Si deve conquistare e si paga

Ha sempre un costo.

  • Michele: ma vale la pena pagarlo. Guarda Edoardo: se avesse parlato 20 anni fa di queste cose… Ha investito ed è tornato tutto a suo vantaggio.
  • Signore: Più che un costo è un investimento e ha un rischio come tutti gli investimenti.
  • Marco: Anche io mi sono sentito in catene. Senza essere in galera, catene che mi hanno tenuto paralizzato. C’era il sogno: “quando sarò grande” e ora parlando con lei mi sono accorto che questo sogno io ce l’ho ancora e non me ne ro accorto perché ogni tanto mi viene da pensare: “quando sarò più importante come affermazione professionale”, “quando avrò più soldi” e sto ancora rinviando la mia libertà.

L’osservazione è centrata perché è fatta da un adulto. Marco è stato bambino, ha sentito dei limiti, Marco è diventato adulto, sente dei limiti. Da bambino avrà sognato di liberarsi in qualche modo dai legami e dai vincoli. Da adulto continua a pensare “quando” ma il giorno in cui smettesse da adulto di pensare “quando potrò” come essere umano non avrebbe più futuro.

Noi dobbiamo sempre avere un pungolo, una provocazione, una speranza, un sogno che ci proietta nel domani. Non dobbiamo vivere solo pieni di oggi: è importante essere pieni dell’oggi ma dobbiamo consentirci sempre “domani”. Quindi continua!

  • Signore: lei diceva prima di avere percepito diverse l’educazione di sua madre da quella di suo padre. Tutti i bambini da adulti riescono a scindere i genitori? Visto che suo padre era “uomo di buonsenso” perché consentiva che sua mamma la legasse alla sedia?

Perché mio padre molte volte ignorava le situazioni e le viveva solo per “riferito”. Usciva la mattina alle 8 e rientrava alle 13. Riusciva alle 15 e rientrava alle 20. Quindi non era presente e viveva le situazioni familiari sul riferito di mia madre e sul mio. Poteva intervenire come il buonsenso gli consentiva di intervenire. Il problema non è che il bambino scinda madre e padre, perché anche se scinde, non ha potenziali operativi per cambiare niente. Il problema è che il bambino sente il potere materno e paterno, l’influenza del potere materno e paterno, e si adegua a questi poteri. Il problema è che il condizionamento di questi problemi può essere deleterio, può essere castrante. L’adulto, ritornando indietro nel tempo, può capire la differenza tra un potere e l’altro, può sfruttare la comprensione di queste differenze per poterci lavorare e potersi sentire più libero, svincolato da un potere eccessivo. Ma un bambino può far poco: lo subisce e basta. Lo subisce e reagisce. Lo subisce, reagisce e lì si ferma.

In conclusione noi questa sera siamo la risultante di una somma di esperienze positive e negative generatesi ripetute e costanti della nostra infanzia e nell’adolescenza che ci hanno permesso di diventare oggi quello che siamo, e in più di aver vissuto fino ad oggi condizionati da quelle stesse esperienze.

Qualunque sia l’età vostra, qual è il vostro compito?

  • Pubblico: la risoluzione, l’evoluzione…

Vanno bene entrambe, l’importante è chiarire il concetto. Il vostro compito prima di tutto è trasformare questo scambio di comunicazioni, questa serata di riflessioni, in consapevolezza interna. Trasforma questo stimolo a ricordare, riflettere, a paragonare e capire, in solide esperienze interne determinate al cambiamento, se mirate ad un miglioramento della nostra capacità di sentire e di reagire.

Non c’è cambiamento senza consapevolezza.

  • Signora: fino a circa quattro anni fa, tenevo molto in considerazione il giudizio delle colleghe, di chi mi viveva intorno. Sono insegnante, e per farle un esempio, quando le mie colleghe mi dicevano alcune cose che mi facevano male, io ero anche capace di piangere e mi sentivo male. Da quattro anni a oggi, io seguo un cammino spirituale e da allora io me ne frego del giudizio degli altri, mi amo di più e mi sento anche più amata. Come se lo spiega?

Te lo devo spiegare io? (risata).

Mi piace questa provocazione. Ipotesi: abbiamo una bambina cresciuta sotto l’input del “no – devi”, “non si può – non devi” e questa bambina cresce con una struttura caratteriale rigida: non si fa, non si può, bisogna fare.

Improvvisamente c’è un impatto con un’esperienza emotiva diversa da: “no – non si può – non si deve – devi”, più morbida, più agile nel toccare i sentimenti profondi che tu difendevi accuratamente in una rigidità caratteriale. Tu sei diventata, grazie agli stimoli della tua infanzia e della tua adolescenza, una persona controllata, rigida, nel senso di essere molto determinata nel si e nel no, poco aperta ai cambiamenti, poco aperta a rischiare nuove esperienze. Improvvisamente hai contatto con una morbidità suadente, permissiva di pensiero. Un pensiero morbido, che ti piaceva, avvinceva, che ti permetteva e che ti faceva sperimentare sicuramente grazie alla maggiore attenzione alla tua respirazione, una tua espansività e morbidità interiori maggiori. Ovviamente non essendoci in questo tipo di esperienza nessuna aria di pericolo,  affronti questo contatto e questa esperienza, soltanto con la possibilità di riflettere in termini positivi sulla vita. È stato un terreno fertile che ti attirava, ti stimolava, ti piaceva, perché sperimentavi da adulta una maggiore dolcezza, una maggiore sintonia con le tue parti bambine, bisognose di amore, di contatto senza sentire area di pericolo. Se tu trasgredisci sarai punita come stupidamente fa il cattolicesimo “se tu sbagli sarai punito”

“Se tu violi la legge del Signore vai all’inferno”….Non voglio offendere nessuno e le convinzioni religiose di nessuno ma io sento profondamente contraddittorio il peccato mortale del rapporto sessuale prematrimoniale che un istante dopo il si all’altare non solo non è più peccato mortale ma è un obbligo. E’ per me una profonda contraddizione. Perché io esercito un potere su di voi solo se posso mettervi in condizione di sentirvi colpevoli. Perché sentendovi colpevoli riconoscete implicitamente la mia autorità colpevolizzante e allora basta che io vi dica “se respirate dieci volte al minuto siete colpevoli di rubare ossigeno agli altri” io vi tengo in pugno. Quindi il potere di una religione che si esprime col potere della colpa, della colpevolizzazione è la trappola della mancanza della salvezza se non attraverso un atto di sudditanza verso il gestore del potere: il confessore.