La vita non è un’opzione – prima parte

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I “no” dettati dall’educazione familiare e scolastica. Di seguito viene presentata la trascrizione della prima parte di una delle relazioni presentate dal dottor Traetta presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli presieduto dal dottor Michele Rossena, dal titolo “La vita non è un’opzione: la vita è l’unica vera realtà”.

Michele: Felice di avere il maestro dei maestri Tommaso Traetta. Quest’anno il tema è più arduo; al quale Tommaso risponderà da par suo e poi lasceremo un piccolo spazio per interagire.

La prima cosa che vi posso dire è che il tema di oggi è una responsabilità mia: è una mia affermazione che Michele mi ha invitato a sviluppare: “la vita non è un’opzione, ma è una scelta”. Che vuol dire?
Andiamo alle origini dell’esperienza della vita. Pensiamo a quando eravamo bambini. Avevamo la possibilità di scegliere ma non sempre; anzi la regola era che i nostri genitori, la nostra famiglia sceglievano e decidevano per noi. Quindi io sono allenato a “non decidere” ma a seguire l’indirizzo di chi decideva per me fino a quando ho cominciato ad osare di ribellarmi. Ciascuno ricorderà quando, e se, ha cominciato a ribellarsi. Io quando ho cominciato a ribellarmi, nella mia esperienza di vita, ho cominciato a prendere gli schiaffoni, il che, inizialmente mi ha spinto a ribellarmi molto meno, ma le istanze mie di bambino pieno di vitalità, di voglia di fare, di sperimentare, di conoscere, di muoversi erano tali per cui ero costretto a ribellarmi alle richieste, soprattutto di mia madre, di stare fermo, di non sfuggire alla sfera del suo controllo. I genitori, infatti, devono essere rassicurati che i figli non combinino guai.
Io ero controllato, in effetti, ma l’ansia di mia madre era tale per cui l’unica capacità che aveva di controllarmi veramente era quella di tenermi fermo, immobile, tant’è che molte volte mi legava alla sedia.
Io “ballando-ballando” mi muovevo con tutta la sedia.
L’esperienza del bambino, rivisitata stasera grazie alla nostra memoria, ci può dare l’indice di quanto noi siamo stati succubi, passivizzati, sedotti, “obbligati” e quanto siamo stati capaci di sentire quella vocina dentro di noi che ci diceva “no, io voglio”, “no, io non voglio”.
Il filo conduttore della nostra vita dipende molto da come noi siamo stati facilitati a sentire la nostra voce interna e quanto non siamo stati in grado di rispettala.
Se io dovessi fare una sintesi di tutti i motivi e le esperienze che mi hanno portato ad essere un giovanotto e poi un adulto mi rifarei alle istanze, alle necessità che partivano dal nido familiare e poi si diffondevano alle altre aree della vita sociale, direi che sono stato condizionato dalla limitazione della libertà di movimento (movimento fisico perché se io mi muovevo, secondo l’ansia di mia madre, creavo danni), di espressione, di richiesta, di insistenza, di pensare. Ricordo: “zitto tu, che non sono cose da bambini” perché i bambini potevano assistere alle discussioni ma non partecipare.
E quindi: com’è venuta fuori la nostra forza, la capacità di ribellarci, di sentirci liberi, di esprimerci?
Quanto siamo rimasti compressi dentro, bloccati energeticamente nel pensare in un modo diverso dagli altri, nell’agire secondo la spinta del nostro pensiero?
Quanto siamo stati condizionati nel “non si può”, “non si deve” con il fantasma della punizione alle spalle; quanto siamo stati condizionati dal “senso di colpa”. Perché c’è anche il problema del “senso di colpa”.
Io penso che ciascuno di noi, se fa una revisione storica della sua esperienza di bambino, fino ad oggi, di situazioni che riguardano l’argomento di questa sera ne trova tanti.
Ci sono stati bambini educati da maestri e professori severi, che hanno subito, poi, l’influenza della severità sia in ambito scolastico che familiare.
Se fate mente locale vi torneranno alla memoria molte situazioni che si riferiscono al blocco energetico, vitale, di libertà espressiva.
Questi blocchi, crescendo, possono essere diventati anche blocchi di pensiero nel senso che un bambino abituato a sentire “no, non devi, non puoi, non si fa” poi diventa un bambino che introietta quel “no”, lo fa suo e da solo si impedisce di seguire l’istinto, la propria libertà espressiva, la propria creatività, il proprio bisogno di essere un mammifero libero. Il bambino è bravissimo a introiettare il “no” del genitore, il “proibito” del genitore. Sarebbe poi la spiegazione del perché abbiamo un super-io, perché abbiamo quel carabiniere interno che ci impedisce di provare e di fare le cose che nell’ambito familiare vengono considerate proibite.
Facendo questa premessa che possiamo dire sulla considerazione “la vita è/non è un’opzione”? “La vita è/non è una scelta?”: siamo liberi di scegliere ma siamo liberi di impedirci di scegliere.
Certamente la storia della nostra vita, l’educazione, la scuola, le personalità forti di riferimento della nostra infanzia, le tradizioni, la cultura, l’habitat familiare: tutto incide per orientarci in una direzione che possa rappresentare una libertà interiore rispondente ad una libertà esteriore. Sono libero “dentro” e mi consento di essere libero fuori, oppure ho introiettato fortemente il carabiniere interno e non mi consento di essere libero all’esterno.
Se voi pensate a tutti i gesti, le iniziative, i pensieri della vostra vita che avete cominciato a fare ed avere e quando poi vi siete trattenuti, capite quanto sia importante la nostra capacità di introiettare il carabiniere interno “non puoi/non devi”.
Quindi la vita può essere una scelta e una non-scelta: dipende dai riflessi condizionanti che noi abbiamo sviluppato nella nostra crescita e che hanno condizionato la nostra libertà di esprimerci e di muoverci.
A questo punto, se sono stato capace di darvi con un minimo di chiarezza la possibilità di riflettere da dove partono i molti “si” e i molti “no”, diamo spazio alle domande.

• Signora A.: Penso che i nostri “no” vengono dalla paura. Partendo dall’infanzia, dalla scuola. Io ero mancina e mi hanno corretta a scuola e a casa. Noi abbiamo paura e rispettiamo coloro che ci “infliggono” questi insegnamenti. Pensiamo di non essere amati e quindi nasce il senso di colpa. I “si” potrebbero venire dalla volontà di essere amati ma non credo dalle stesse persone. Dobbiamo prima imparare ad amare noi stessi

La paura di non essere amati è il gioco sottile del controllo e del potere familiare; è il ricatto molte volte involontario. Dobbiamo partire dal presupposto che nella famiglia, nell’aspetto educativo normalmente non c’è malafede, c’è soltanto ignoranza, quindi gli errori che noi possiamo commettere come genitori e che i nostri genitori hanno commesso in genere sono solo dati dalla mancanza di strumenti, di nozioni.

• Signora A.: e perché sono stati a loro volta educati in questa maniera. Se io ho subito questo tipo di rigidità, in genere la ripropongo, seppure al 50%
Io ho ricevuto questo genere di educazione familiare e automaticamente sono stato portato a proporlo alla mia famiglia

• Paolo: Io sono figlio di un padre che è stato abbastanza severo, tant’è vero che quando ho fatto il servizio militare ho detto a un tenente: “lei mi può fare quello che vuole tanto io sono in vacanza qui. Ho fatto il servizio militare nei primi 18 anni della mia vita”. Ora però ho paura che per voler rompere il copione, la catena, essendo poco rigido coi miei figli, possa avere l’effetto contrario cioè essere troppo permissivo e quindi di non educarli bene, di lasciar loro il potere di fare quello che vogliono. Come fare per stare nella giusta via di mezzo?

Il concetto è questo: è un processo che capita pressoché a tutti: l’eccesso di repressione si oppone ad un eccesso di permissività; un eccesso di permissività, una volta toccato il fondo, esige la repressione per cui come si fa, una volta sperimentato un eccesso o l’altro a trovare il medio “stat virtus”, ovverossia l’equilibrio? Non è facile, non è facile per niente.
Una possibilità di ricerca ce l’abbiamo nel confronto. Io mi ricordo che, senza rendermene conto, intorno ai 14-15 anni facevo il confronto con i miei amichetti su come si comportavano i loro genitori nelle situazioni che io soffrivo in famiglia. Ma il confronto può partire anche prima, alle origini dell’adolescenza e può durare tutta la vita con altre persone o gruppi familiari diversi e se mi viene l’idea, il confronto lo dilato a tutto campo con tutti coloro che considero validi per un confronto. Vado a chiedere lumi a chi ritengo capace di illuminarmi; l’importante è che nasca dentro di noi l’idea che il confronto è uno strumento efficace per avere risposte e trovare soluzioni. Questo perché, purtroppo, molte volte noi non chiediamo il confronto, soprattutto nell’adolescenza, perché abbiamo paura del giudizio negativo degli altri, cioè abbiamo paura di fare brutta figura. “Ma come non lo sai?” con i coetanei, con i compagni perché sei troppo timido, represso, sei troppo imbranato, sei troppo “pecorella”. Con le persone più grandi c’è la paura del giudizio perché chi si trova in questa condizione e si riduce a chiedere un confronto, suggerimenti, spiegazioni, in genere è una persona timida, introversa, che non ha una libertà di pensiero e di espressione tali per cui il confronto è una esperienza normale, naturale, spontanea, e quindi dobbiamo superare le barriere che ci separano dagli altri, dal timore del giudizio degli altri.

• Signora: …o per la paura dei propri schemi mentali

Si, noi siamo il frutto di una spinta educativa che ci porta ad avere per necessità degli schemi mentali che ci consentono di andare avanti, di avere un minimo di certezze; solo che arrivati ad un certo punto, a una maturità della nostra vita, possiamo renderci conto che questi schemi mentali vanno messi in discussione, in crisi, però qualche volta ci si arriva ad una età veramente matura. Qualche volta si ha la fortuna di conoscere persone che hanno la capacità di pungolarti, di stimolarti, di mettere in crisi gli schemi mentali che ti porti dentro da una vita: dipende anche dalla fortuna. Io, per esempio, questa fortuna non l’ho avuta e da adolescente sono rimasto baccalà e lo sono rimasto fino a oltre trenta anni, quasi quaranta; ero il classico “coglione”. Ho avuto fortuna perché sposai la mia prima moglie che era inglese (motivo per cui non ho mai imparato l’inglese): come provava ad insegnarmi l’inglese si litigava, per cui lei ha imparato benissimo l’italiano e io non ho mai imparato l’inglese; litigavamo in italiano molto bene). La mia fortuna fu nel fatto che la sua mentalità, educazione e tradizione la portavano ad essere molto critica, osservatrice attenta alle cose che non andavano bene nella mia professione, nei miei comportamenti. Per cui arrivato a 33 anni ho cominciato ad essere provocato, pungolato, stimolato nel mettere in crisi il mio sistema educativo, organizzativo, il mio sistema di riferimento esistenziale; ma ci sono arrivato per fortuna, perché c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di provocare questa rivoluzione dentro di me.

• Signora: però lei l’aveva istintivamente scelta…

Le dirò che non ero tanto intelligente e furbo e che non lo feci volontariamente o intuendolo. Io mi considero fortunato perché ero proprio un bamboccio, cresciuto come bamboccio per la mia educazione familiare.

• Signora 2: anche io sono stata una bambina molto vivace, anche mia madre certe volte mi legava, e diciamo che per me c’era solo quello o la morte, perché per me esistevano solo i miei genitori; per cui la ribellione era proprio da escludere. Anche nell’adolescenza mia madre mi filtrava le amicizie, rimandando indietro chi veniva a casa a trovarmi e “non andava bene”, per cui questo condizionamento io l’ho avuto fino a quando non ho conosciuto Michele (Rossena) a più di 40 anni e li ho cominciato veramente a mettere in crisi il mio sistema organizzativo, come diceva lei. La cosa che io mi chiedo è che naturalmente questo si è riflettuto sull’educazione dei miei figli, e io ho cominciato a cambiare l’atteggiamento con i miei figli proprio grazie ai laboratori; per cui per esempio ora abbraccio i miei figli, cosa che non facevo da tanto tempo. Lo facevo quando erano piccoli, me li spupazzavo parecchio, ma a una certa età ho smesso di abbracciarli e devo dire che c’è stata questa volontà, questa fatica, per andare in questa direzione; e ora grazie a Michele ho con i miei figli un rapporto totalmente diverso. Quello che mi chiedo è come tutto quello che ho fatto come “mamma rigida”, “mamma che controllava” (“questo non si fa”, “questo non si può fare”), come ha inciso nella vita dei miei figli e come posso rimediare?

Ha combinato un sacco di guai (ridendo evidentemente), però lei ha avuto la fortuna di incontrare Michele e quindi può rimediare. Anche io ho combinato un sacco di guai, però poi sono stato fortunato, ho messo un sacco di cose in discussione, e ho tentato di riparare. Noi siamo perfettibili come esseri umani ed anche come genitori, l’importante è avere la fortuna di avere l’occasione di cominciare un percorso di revisione critica dei nostri comportamenti e del nostro modo di essere, di fare, e di pensare. Non sempre si ha questa fortuna. Noi che siamo qui in un certo senso siamo anche dei privilegiati, perché abbiamo l’occasione di riflettere, di sentire qualcuno che ci stimola in una direzione che non avevamo mai intravisto, una strada mai percorsa che non immaginavamo nemmeno esistesse.

• Signore: più che una domanda vorrei fare una considerazione riguardo al carabiniere interiorizzato. Ad un certo punto della mia vita, questo carabiniere l’ho ridotto ai minimi termini, nel senso che ne ho lasciato un minimo garantito per il rispetto delle regole comuni, famigliari, però ad un certo punto questo è diventato un alibi per dire in certe occasioni “no, non si può fare” perché la regola è questa; ma in altri per dire “non lo so fare, non lo posso fare, non so farlo” cioè i figli ne abusavano e quindi fino a che punto il carabiniere ha fatto danni? Cioè nel momento in cui devono fare delle scelte, quel “non si può fare” che avevo passato è diventato “non ho la forza, non ci riesco”. Vorrei capire fino a che punto questo rispetto delle regole ha danneggiato.

Lei l’ha già capito: più che altro vedrei utile continuare a non bloccare ma al contrario incoraggiare le necessità ed i mille bisogni che i figli propongono: incoraggiare l’esposizione e l’elaborazione dei problemi ed insieme cercare delle soluzioni. A danno fatto, chiedersi quanto sia grande non serve a niente perché non si farebbe altro che aumentare i sensi di colpa. Ho sbagliato! Punto! Lo riconosco! Ne prendo atto: non devo sbagliare più: questo è il concetto: e per non sbagliare più è importante che, partendo dalla mia tendenza a vietare, tutte le volte che riesco a rendermi conto che sto per vietare od obbligare, mi devo fermare, respirare profondamente varie volte, darmi tempo (il vecchio “conta fino a dieci”) e trovare una modalità diversa per esprimermi: che non sia un “no” e un “devi”. Il carabiniere interno si esprime con “no” e “devi”. Una volta che ne sono consapevole, devo mettere in discussione tutti i “no” e “devi” spontanei che scaturiscono dalle viscere, perché il guaio è che quando il “no” o il “devi” vengono dalla pancia, il primo inganno che io subisco è quello di pensare che è viscerale, è intimo, è profondo per cui è sano: non è così. È coerente ma non è sano, ma la coerenza appartiene anche agli errori. Tutte le volte che sento un “no” o un “devi” viscerale devo autorizzarmi a diffidare anche della mia visceralità. C’è una bella differenza tra assistere a un tentativo di atto di violenza e gridare “no fermati!”: è viscerale ma è coerente con la mia personalità, con il mio senso di giustizia, del rispetto dei modelli, etc., c’è una visceralità invece che va nella direzione del fallimento, la negazione dei valori che hanno condizionato la mia vita (sessualità, norme sociali, religioni, norme economiche, tradimenti). È importante che io mi dia tempo, che mi consenta delle pause di contatto con me stesso, perché molte volte la visceralità ha bisogno di una verifica o di un impatto con il mio “carabiniere” interno. La risultante è il buonsenso, ma è importante che voi prendiate la sana abitudine di parlare con voi stessi: quello parla da solo? Bene! Sta facendo una chiacchierata tra il suo sé bambino ed il suo sé carabiniere; sta cercando un compromesso, una soluzione, una risposta.

• Signore: ma quel sé bambino è quello che lo faceva saltare con tutta la sedia a cui era legato. È la sua trasgressione naturale, istintiva, che viene trasmessa nell’educazione dal padre.

Il bambino che fa camminare la sedia è, in definitiva, l’adulto che non si arrende. Ma c’è un passaggio importante, intermedio: il mio ribellismo era stimolato, provocato dall’autoritarismo di mia madre e non potevo espandere questo ribellismo a 360° con chiunque, ovunque e comunque sennò sarei diventato un delinquente. Ci vuole una distinzione, un senso della misura, un senso del limite, un confronto ma chi me li da sé io sono cresciuto con la provocazione continua autoritaria ad ascoltare ed esercitare il mio ribellismo?
A me l’ha dato mio padre. Mia madre era aggressiva, isterica, autoritaria. Gran brava donna: alle 7 stava in cucina e ne usciva a mezzogiorno; eravamo tutti “covati” in una casa pulitissima.
Mio padre era ricco di buon senso, insegnante di educazione fisica, primo corso ISEF d’Italia, era uno sportivo ed era pieno di buon senso.
Mia madre diceva: “Stasera, quando viene tuo padre te la faccio vedere io”, perché a un certo punto, intorno ai 10-11 anni, io scappavo e non riusciva più a prendermi per menarmi o, comunque, punirmi.
Mio padre, la sera aveva l’intelligenza e la sensibilità di comporre la tendenza punitiva di mia madre e quella ribellista mia: era un pacificatore, un mediatore.

• Ragazzo: E’ quindi molto importante la scuola, gli insegnanti e la fortuna di avere dei compagni con cui confrontarsi, anche con delle famiglie intere.
La vita offre tante chance per cui abbiamo la fortuna di poter incontrare tante persone, insegnanti, professori veramente validi, utili-

• Pina: la sensazione di essere legata alla sedia io l’ho avuta senza mai esserci stata. Poi ho capito, dopo anni di lavoro su di me che questa corda che mi faceva sentire legata era il senso di colpa: cioè i miei genitori non mi hanno mai proibito nulla , detto di “no”, ma, soprattutto mia madre mi legava a doppio filo con il senso di colpa ma io me ne sono resa conto solo dopo tanti anni. Ho fatto un enorme fatica a riconoscere quel laccio che mi tiene legata perché ancora oggi che i miei genitori non ci sono più mi condiziona: è una voce interna che mi da giudizi, mi mette limiti, mi mette ostacoli e che non mi fa sentire sicura. Ora, con i miei tre figli che sono tre pianeti diversi, di età diversa mi rendo conto che con ognuno di loro questo legaccio ha agito, seppur trasformato: con una è il controllo (devo avere il controllo di ogni suo movimento), con un’altra è il senso di colpa. L’altra sera me l’ha proprio detto: “la devi smettere di fare così, mi fai sentire in colpa” ed è stato come se mi avesse dato un calcio in faccia: “Ma come ti faccio sentire in colpa?” Come si fa a non ricadere sempre nelle stesse cose? Come si fa a riconoscerle? Nel controllo io mi trovo la scusa di cercare di non far vivere brutte esperienze a mia figlia e quindi controllo cosa fa e chi frequenta….
Oddio adesso ho fatto una brutta figura con voi… sembra chissà chi sono…

Ecco, questa tua ultima frase vale l’incontro di questa sera. Tutta la nostra chiacchierata si potrebbe risolvere positivamente se tutti voi ve ne andaste liberi dalla “giacchetta della brutta figura”. Se io vi parlassi di tutte le fesserie che ho fatto e vissuto e di tutti i guai che posso aver provocato…
Vi sto dicendo: “fregatevene del giudizio degli altri, liberatevi dalla schiavitù dell’immagine perfetta.
Primo: non riuscirete mai a convincere che la vostra immagine è corrispondente alla perfezione.
Secondo: siete schiavi di questa immagine.
Terzo: siete schiavi del giudizio degli altri.
Quarto: vi volete liberare da questa schiavitù?

• Signore: Quinto: non esistono due immagini uguali- Ognuno è unico e più ci vogliamo omologare e più andiamo nel giudizio

Se avessimo un’alternativa ce la potremmo provocare facendo questi discorsi che stiamo facendo insieme. L’alternativa c’è ma deve essere provocata, stimolata, deve avere il diritto di riconoscimento nella sua esistenza. L’alternativa!
Conclusione: tu (rivolgendosi alla Pina) non hai fatto brutta figura davanti a nessuno ma hai avuto la possibilità di esprimerti, parlare di un problema che ti affligge e che vorresti risolvere. Sei un po’ masochista come lo ero io ma nel momento preciso in cui qualcuno per mia fortuna mi ha fatto notare i miei comportamenti non liberi, non spontanei ma coerenti col timore del giudizio altrui, della paura della brutta figura (o forse è stato anche il modo con cui mi è stato notificato questo mio atteggiamento da avere importanza): la risultante è stata che io mi sono reso conto che vivevo nel culto dell’immagine illusoria e nel timore del giudizio degli altri. Ho sentito esplodere dentro di me: “NO; BASTA”, perché ho sentito l’enormità del peso di questo macigno che io mi porto addosso da una vita.