Metodologia: le parole chiave di ogni struttura caratteriale: schizo-orale

//Metodologia: le parole chiave di ogni struttura caratteriale: schizo-orale
abbraccio

METODOLOGIA: LA PAROLA CHIAVE

La Parola chiave rappresenta, per il paziente, il codice segreto che apre l’accesso ai ricordi importanti, ma negati, che hanno segnato ed ancora segnano la sua vita. Il terapeuta la desume sulla base dell’indagine conoscitiva che fa ascoltando il paziente, sulla base del tratto caratteriale che si sta rivelando attraverso il problema in discussione ed in funzione dell’aspetto caratteriale  preminente che emerge. È importante però mettere in condizione il paziente di arrivare da solo a formulare la parola chiave. Ci si arriva attraverso tutta una serie di considerazioni e sintesi del momento emotivo che attraversa  il paziente, dei sogni presentati o ricordati e delle conclusioni alle quali si giunge attraverso l’emergere degli stati d’animo, grazie al movimento energetico-espressivo del corpo (soprattutto respiro e voce).

LE PAROLE CHIAVE DI IOGNI STRUTTURA CARATTERIALE: SCHIZO-ORALE

In questa struttura caratteriale è stato negato il bisogno di sentirsi riconosciuti nel proprio diritto di esistere e  di ricevere. Più il bisogno è stato forte  e più intensa è stata la negazione. Nella vita, quindi, affermerà il proprio diritto  di esistere in termini lucidi e  razionali e confermerà la difesa dal dolore vissuto per il bisogno negato (negato anche nel diritto di ricevere). Premesso che il processo di anestesia è il meccanismo difensivo preminente, il primo passo sarà quello di portare il paziente a sentire le tensioni, arrivare cioè alla consapevolezza di sé. Il secondo passo sarà quello di fargli riconoscere il proprio bisogno di contatto e di ricevere, senza negarlo. Il terzo passo sarà quello di smascherare l’atteggiamento caratteriale, che mira a misconoscere il bisogno, per poterlo poi accettare. Il quarto passo sarà quello di facilitare il cambiamento. Le parole chiave, quindi, varieranno in funzione della fase in cui si troverà il paziente, nel processo terapeutico. Potrà essere una parola di stimolo, di rinforzo, di provocazione. Per il terapeuta è importante capire i tempi in cui è necessario rispettare le difese del paziente e quando, invece, è importante smascherarle con opportune provocazioni, ma prima occorre far sentire l'”accettazione” al paziente e che si rispettino le sue difese. Solo quando la fiducia è conquistata il paziente è in grado di rischiare di più.

All’inizio il terapeuta accetta il contatto con il paziente anche solo intellettuale, ne valorizza l’intelligenza. Il paziente sottolinea “Io non ho bisogno di te“, “Non ho bisogno di quello che mi dici“, ed il terapeuta accetta. il bisogno del paziente è di dimostrare: in questo è accolto totalmente dal terapeuta: accetta  il suo modello comportamentale senza giudicarlo e criticarlo. Le forze vitali del paziente sono abituate a prendere  la rincorsa per sfondare la porta della resistenza dell’altro: se trova la porta aperta è spiazzato. Il terapeuta può, allora, approfittarne per promuovere un contatto o facilitare uno smascheramento, a seconda dei casi. Dopo aver quindi randomizzato il materiale emerso, il terapeuta potrà poggiare una mano sul paziente e dire:

T:”Chiudi gli occhi e senti la mano” P:”Non la sento” T:”Apri gli occhi e dimmi: “Ho paura di te”, oppure “Vattene”” Ma il vero bisogno é: “Vieni“, “Ho bisogno di te“, “Io sono speciale“, “Io faccio da solo“, “Tu non sei importante“, “Io controllo tutto con il mio cervello“.

L’obiettivo è di mettere il paziente in condizione di rinunciare all’illusione (che è una difesa infantile), poiché da adulto non serve più.

ESEMPIO

Paziente: “Da quando ho perso la voglia di praticare sport e passo le mie giornate tra la biblioteca, il bar e le passeggiate da una palestra all’altra, mi è scoppiata una grossa gengivite e sento delle grosse tensioni intorno alla bocca. Ho perso il gusto per i sapori ed il piacere di mangiare“. 

Terapeuta: “Se tu dovessi rappresentare con una parola la percezione che hai della tua bocca e delle tue guance, che termine useresti?

Paziente, senza esitare, di botto, dice: “Dammi, dammi… Voglio, voglio…“.

Questo flash è la tipica rappresentazione di quello che il corpo dice con sofferenza (gengivite) quando l’io entra in contatto con i bisogni profondi. le parole chiave più utili nell’affrontare la problematica schizo-orale sono: “Io ho bisogno di te“; “Vieni“; “Abbracciami“; “Non lasciarmi“; “Ancora“. Riconoscersi il bisogno e rivolgersi a chi possa soddisfarlo rigenera l’antica paura di dipendere dall’altro, di essere invaso, di essere esposto alla possibilità che l’altro si approfitti del nostro bisogno per usarci. È importante, quindi, sperimentarlo in uno spazio protetto come quello terapeutico, in cui ci si può lasciare andare. Questo è il primo passo per poi sperimentare ciò nel mondo del quotidiano.

“Caratteriologia – L’analisi del carattere per capire i comportamenti umani” di Tommaso Traetta, Armando editore, 2009)