Nascere e rinascere – quinta parte

//Nascere e rinascere – quinta parte
nascita
Rinascere: superare i blocchi della vergogna, del giudizio ed essere veramente sé stessi. Di seguito viene presentata la trascrizione della quinta parte di una delle relazioni presentate dal dottor Traetta presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli presieduto dal dottor Michele Rossena, dal titolo “Nascere e rinascere”.

Ogni giorno della nostra vita moriamo un poco e rinasciamo: il sogno è rinascere per non morire più

A questo punto ci dobbiamo domandare che significa “rinascere”. Noi non siamo morti ma abbiamo la possibilità di rinascere. “Rinascere” significa nascere due volte almeno. Siamo nati la prima volta grazie a mamma e papà e adesso come possiamo rinascere? Come possiamo inventarci una vita che abbia una qualità diversa da oggi e da ieri? Come possiamo rompere le catene che ci siamo messi e che ci impediscono di essere noi stessi? Il primo tempo è la chiarezza della comprensione che io mi sto bloccando, mi sto inibendo. Chi di voi, in questo momento, qualche minuto fa avesse avuto voglia di parlare ma si vergogna di parlare, si vergogna di stare al centro dell’attenzione, teme di dire fesserie, teme di essere contraddetto rappresenta il classico esempio di chi si crea un blocco da solo. Il nostro problema fondamentale è l’accettazione degli altri, ce lo portiamo dentro da quando, bambini cercavamo il riconoscimento e l’accettazione da mamma e da papà. Se impariamo a riconoscere questo blocco e l’importanza che questo blocco ha nella nostra vita quotidiana di relazione noi abbiamo fatto un grosso passo avanti. Il timore del giudizio degli altri, il timore del giudizio di mamma e papà. Il timore della punizione di mamma e papà. Questi sono gli argomenti che creano i blocchi. Voi da stasera, anche s e ne avrete parlato chissà quante volte fra di voi, siete autorizzati e io dico, perché sono buono, obbligati a rompere questi blocchi. La formula è: “chiedo scusa, non vorrei essere capito male ma io non sono d’accordo con lei”, “chiedo scusa, mi perdoni se la contraddico ma secondo me non è come dice lei”. Ci fu uno psicologo che io conosco che, tanti anni fa, in un congresso di comportamentisti (persone che non si interessano molto delle radici delle mozioni e dei sentimenti), sentendo gli argomenti del congresso alzò la mano e disse “chiedo scusa ma in questo congresso non si parla di emozioni?” e gli risposero:“no, non è argomento attuale per noi”. Questa è proprio la fotografia di chi parla, parla, parla sui comportamenti, giudica i comportamenti, nega i comportamenti, punisce i comportamenti ma non si domanda “ma questo comportamento, da dove viene, cosa c’entra…?”

Quindi, se abbiamo la fortuna di consentirci di porci delle domande, abituarci a porci delle domande: “perché l’ho fatto?… perché l’ho detto?” verranno fuori delle risposte che poi dovete accettare come dati della vostra realtà

Signore: se uno non lo fa per vergogna?

Era il termine che stavo per usare. La vergogna blocca per quello che dicevamo poco fa, perché siamo troppo soggetti alla pura del giudizio degli altri. Io mi vergogno di dire il mio pensiero perché temo che qualcuno alzi il dito e dica “lei sta dicendo stupidaggini, quello che lei dice è sbagliato, è antiquato, è superato”. Ma se io sono convinto di quello che dico, il confronto mi serve perché posso are retromarcia se riconosco la giustezza delle opinioni degli altri, posso perfezionare il mio modo di pensare o posso cambiarlo proprio perché sono in buona fede: aprite il vostro cuore al miglioramento….!