Nascere e rinascere – seconda parte

//Nascere e rinascere – seconda parte
consapevolezza
Cambiare: prendere consapevolezza di ciò che si è e vincere la paura del cambiamento . Di seguito viene presentata la trascrizione della seconda parte di una delle relazioni presentate dal dottor Traetta presso l’Istituto di Scienze Umane di Napoli presieduto dal dottor Michele Rossena, dal titolo “Nascere e rinascere”.

Ogni giorno della nostra vita moriamo un poco e rinasciamo: il sogno è rinascere per non morire più

La buona volontà di iniziare il cammino del cambiamento costi quello che costi: stanchezza, fastidio, irritazione, dibattito interno (“ma allora io non vado mai bene? Si…io non vado sempre bene”).

Ma così precipito in un basso livello di autostima. Non dobbiamo avere paura di ammettere con umiltà “hai ragione” “ho sbagliato”, non dobbiamo avere paura di fare brutta figura, di subire un giudizio negativo. Il dono della vita non deve essere inquinato dalla paura del giudizio degli altri. Il dono della vita deve essere un continuo rinforzo alla consapevolezza del miglioramento. Ma per ottenere la consapevolezza e per ottenere di conseguenza il miglioramento dobbiamo essere continuamente presenti a noi stessi. E che significa essere presenti a noi stessi? Significa fare una verifica interna, aprire un dibattito interno, continuo, tutti i giorni, tutte le ore del giorno di chiarezza interiore, di confronto interiore, di colloquio con noi stessi: “ho fatto questo perché…” Per esempio, io voglio imparare una cosa, dovendo venire a Napoli (normalmente ci vengo in macchina)… lo “sfizio”: “e mo’ ci vado in aereo”. Ho provato e non ci tornerò più in aereo, ho commesso una fesseria…ci tornerò in macchina o in treno, come mi dicono i miei amici. Ci deve essere un confronto continuo con noi stessi, permanente ma deve essere veritiero, sincero, non dobbiamo fare come quelli che si aggiustano le cose dentro di loro e trasformano la realtà in una sorta di lettura paranoica “si, ma…si, però”…. “si, niente! E’ così, io oggi ho commesso un errore e lo ammetto, lo riconosco ” però per capirlo io devo vivere, dovevo vivere l’esperienza.

Signore: magari ammettendolo a noi stessi possiamo anche accettarlo negli altri

Certo

Signora: la paura del cambiamento si sposa con il rifiuto del cambiamento?

La paura del cambiamento è già una definizione: Dentro di me c’è la voglia del cambiamento ma questa non presuppone la perfezione, l’organizzazione compatta e coerente dell’Io al cambiamento ma esso presuppone anche le difficoltà al cambiamento e la difficoltà primaria alla paura nel senso che io navigo su acque sicure quando so quello che faccio, so quello che mi ritorna e posso prevedere tutto. Il cambiamento mi lascia tutta una serie di punti interrogativi che possono spaventarmi, possono preoccuparmi, possono lasciarmi nell’ansia: e che succederà? Posso aver sbagliato…posso aver combinato un guaio. Quindi il cambiamento prevede la paura del cambiamento

Signora: E la paura del cambiamento prevede anche il rifiuto del cambiamento.

Ovviamente: se la paura è preponderante e vince la paura invece che la convinzione che il cambiamento è importante, necessario, doveroso c’è il blocco al cambiamento. Ma quando arrivi a questo punto, devo cambiare le mie abitudini di vita perché mi rendo conto di rimanere 8 ore al giorno seduto su una sedia a scrivere, a leggere, a parlare con la gente mi fa male perché c’è una stasi energetica, perché, purtroppo, facendo funzionare solo il nostro cervello noi bruciamo da un punto di vista energetico  solo l‘1% delle nostre energie. Il cervello brucia poco rispetto a quanto possono bruciare i muscoli, il cuore, l’albero cardiocircolatorio, l’albero respiratorio. Quindi il fatto che me ne stia 8 ore fermo a scrivere, a leggere, a studiare, a pensare fa male perché c’è una stasi energetica che coinvolge tutto l’Io, tutta la struttura corporea e quindi dal punto di vista igienico è importante che io ogni tre quarti d’ora, ogni mezz’ora mi attivi fisicamente, muscolarmente per mettere in movimento l’energia. Esempio fondamentale: gli occhi. Se io leggo continuamente un libro per un’ora e non consento ai muscoli oculomotori di fare ginnastica spostando il focus fuori dalle pagine del libro (consentendo una pausa ai muscoli che dirigono attraverso la contrazione del bulbo oculare l’attività visiva) piano piano gli occhi si irrigidiscono, si contraggono, perdono elasticità e la mia capacità visiva diminuisce. La stessa cosa avviene per i polmoni. Se non li mantengono attivi attraverso esercizi quotidiani di respirazione, anche stando fermi, facendo per 4-5 minuti della ginnastica respiratoria con profonde inspirazioni e profonde espirazioni, i miei polmoni perdono l’elasticità originaria.

Signora: anche lo sbadiglio può essere considerato un esercizio?

Si, ma lo sbadiglio non dipende dalla nostra volontà. Io sto parlando della nostra decisione di avere cura di noi stessi attraverso degli esercizi per mantenerci in buone condizioni.

Quindi, il cambiamento è fondamentale per consentirci una qualità di vita decente ma il cambiamento deve riguardare non solo il lavoro genericamente, le abitudini, i ritmi ma deve riguardare l’attenzione che noi poniamo ai singoli movimenti quotidiani, alle singole attività quotidiane. Attenzione che ci deve consentire attraverso la consapevolezza di quello che facciamo la possibilità di modificare tempi, spazi. E’ un concetto chiaro?

Signora: il concetto è chiaro, il problema è arrivarci

Ma dal momento in cui ne stiamo parlando, mettiamo il focus su un aspetto al quale non siamo abituati a pensare e riflettere. La nostra giornata è punteggiata da automatismi. Faccio “questo” ma nemmeno mi rendo conto che lo faccio, però so che lo devo fare. Faccio quest’altro perché è l’ora che lo devo fare ma non sono consapevole chiaramente di quello che faccio. Faccio automaticamente ma tutto quello che noi viviamo automaticamente, non prevede consapevolezza. La consapevolezza è l’equilibrio, rappresenta l’equilibrio di ogni nostra singola azione che qualifica ogni nostra azione e rappresenta l’ottimo per quello che riguarda le finalità da raggiungere. Io sono consapevole per esempio che, se faccio ogni giorno una passeggiata di un km, ho rispettato il mio sistema cardio vascolare, il sistema respiratorio, le strutture muscolari che mi consentono la deambulazione, etc.

Quindi è importante che io, durante la mia giornata, ad intervalli regolari o irregolari non importa, dedichi la mia attenzione a quello che faccio. Io passo molte ore nel mio studio seduto in poltrona a leggere: male! Io dovrei passare il tempo a passeggiare. Leggo? Ogni 30- 45 minuti mi devo alzare. Non lo faccio? Sbaglio. In pausa pranzo ci sono le persone che, intelligentemente, si fanno la camminata. Se non la fanno sbagliano. Lo sbaglio è più grave se è uno sbaglio consapevole: per pigrizia, per indolenza. “Ma si…oggi non mi va”. Questo non significa che dobbiamo diventare ossessivamente igienisti, però, significa che un minimo di attenzione a noi stessi la dobbiamo dare.

Signora: se la paura del cambiamento porta al blocco, come si fa a combatterlo?

Torniamo a quello che vi dicevo prima: la consapevolezza dell’importanza del cambiamento è l’inizio di un processo energetico vitale che parte dal cervello: “io dovrei”. Perché il cervello sa.

Signora: però si rifiuta.

Ma “io dovrei” urta contro la barriera del “non mi va!… domani… che palle!” Urta contro la negatività che ci portiamo dentro e che è rappresentata dalla pigrizia, dalla tendenza a cedere alla noia, alla svalutazione dell’importanza di certe decisioni ma una volta che noi abbiamo la fortuna di averci riflettuto sopra e di esserci confrontati con la nostra capacità di superare il blocco… “Io so che, se dopo pranzo mi faccio una passeggiata, mi faccio del bene” il blocco è: “non mi va, sono stanco, preferirei fare un pisolino,… domani, lo faccio domani”. Il blocco rappresenta quella carica di energia negativa che se perdurante nel tempo o se supera l’energia positiva che ci spinge al movimento, all’azione, ci porta verso la chiusura, verso l’isolamento.

Signora: anche alla follia.

No, alla follia no. Per arrivare alla follia, soprattutto per gli adulti, ci vogliono degli stress emozionali e degli input negativi enormi. La follia, purtroppo, è più frequente negli adolescenti e nei giovani. L’adulto che ha superato i 20-25 anni è un adulto che è indenne dall’aggressione della follia, della schizofrenia, della paranoia: i giochi a quest’età sono già fatti. Siamo soltanto dei nevrotici. Però con la nevrosi ci possiamo pure discutere.

Signore: nel corso del mio cambiamento ho individuato dei problemi che cerco, come dice lei, giorno dopo giorno di cambiare, di migliorare. Migliorandomi, mi sono accorto comunque di essere più sensibile a certi “trabocchetti” della vita, sono più sensibile ad alcuni tipi di provocazione. Mi capita sempre più di rado. Quanto è importante se il mio problema deriva da imprinting infantili e se deriva da imprinting infantili, me ne potrò mai liberare?

SI!

Primo: nel momento in cui io sono consapevole che i miei atteggiamenti e scelte nevrotiche originano nel mio passato, nella mia infanzia, nella mia adolescenza, io sono già in una posizione di vantaggio, perché sono già diventato esploratore del mio passato, ricercatore di tamponi da mettere negli imprinting della mia infanzia e della mia adolescenza. Io sono già una persona che inizia o ha già iniziato un cammino di revisione critica delle origini dei miei atteggiamenti nevrotici. Quindi, per quella che è la mi esperienza, sono in una posizione assolutamente di vantaggio